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Reportage fotografico a parole / 6


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Arriviamo al villaggio poco prima del tramonto. Una donna ci conduce tra le capanne, dove altre donne hanno sistemato a terra oggetti che vorrebbero venderci. Compriamo qualcosa. Tutti ci guardano. Non ci sono uomini adulti in giro.

Giungiamo ad una capanna periferica dalla quale esce una giovane seguita da un bambino, probabilmente il figlio. Ci invita ad entrare per un caffè.

La capanna ha un diametro di quattro metri ed è alta circa due. È costruita in paglia e fango, riparata da un perimetro esterno di stecchi. L’interno è organizzato in due livelli: quello sopra ospita i letti, quello sotto il focolare.

La ragazza prende dal fuoco una una pentola di terracotta e ne versa il contenuto, che ancora bolle, in una scodella ricavata da una zucca. Ce la porge. Perplessi beviamo a turno. Io prego gli déi della flora batterica intestinale di proteggermi.

Le mie preghiere vengono ascoltate.

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Facce d’Etiopia


Dopo avere scritto degli alloggi, non sempre splendidi, nei quali ho dormito in Etiopia, ecco un altro post riguardo quel viaggio.

Un viaggio dagli aspetti naturalistici ma anche tanto culturali. La seconda parte, infatti, è stata dedicata alla visita delle etnie che popolano la valle del fiume Omo (tra le foto che seguono però ce ne sono alcune, le prime, scattate in altre parti del paese). È una zona semi-desertica nel sud, dove vivono, come fermi nel tempo, diversi gruppi etnici. Spesso i loro villaggi sono infatti costituiti da capanne di fango con tetti in paglia, anche se non è così raro vedere una donna vestita in abiti tradizionali telefonare con un cellulare.

Non si può dire che fotografare le persone sia la mia specialità. Semplificando: ho sempre il timore di disturbarle. Qui però funzionava così: arrivavi nel villaggio, e il capo ti veniva incontro; chiedevi il permesso e, una volta accordato, potevi aggirarti fotografando le persone intorno. Semplice no? Spesso gli uomini si defilavano (ed infatti sono pochi gli scatti che non ritraggano donne e/o bambini), probabilmente non ritenendo dignitoso posare davanti ad una macchina fotografica.

Una cosa davvero divertente era essere l’attrattiva del giorno. Oppure ricevere proposte di baratto: mi dai il tuo braccialetto se io ti do il mio? In ogni caso un’esperienza davvero intensa, analogamente al sole cocente che ti arrostiva il naso come un pollo sullo spiedo.

Le foto sono 15, spero il numero giusto.

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