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La lampada di Ronaldo – Parte 5a


Con parecchio ritardo rispetto ai miei “teorici” programmi, la quinta puntata. Qui la prima, la seconda, la terza e la quarta.

La lampada di Ronaldo – Parte 5a

La mattina seguente, quando si svegliò, si sentiva molto riposato e decisamente più sereno riguardo alla lampada e al suo desiderio rimanente. Sempre che ne esistesse uno, ovviamente (forse il fatto che quel giorno non doveva andare a scuola aiutava il buonumore).
Passando in rassegna gli appunti che aveva preso prima di andare a letto, concluse che l’unica cosa che poteva fare era partire dal problema più grosso: scegliere il desiderio da esprimere. Tutto il resto sarebbe venuto di conseguenza. Anzi, tutto il resto era insignificante. E, dopotutto, erano domande alle quali non sapeva proprio come rispondere.
Certo che, con tutte le cose che si potevano desiderare, sceglierne una non era per nulla facile. E se si fosse sbagliato? Non se lo sarebbe mai perdonato. Anche in questo caso, dunque, Kamal adottò un metodo basato su delle regole. Non poteva lasciare tutto in balia dei suoi sentimenti. Essi sono qualcosa di variabile: possono dipendere da come ti svegli la mattina, se c’è il sole o il cielo è coperto di nuvole.
Avrebbe annotato su un quaderno tutte le cose che gli sarebbe piaciuto fare, o avere, o vedere e, per ognuna di esse avrebbe scritto qualche riga, come piccoli ragionamenti del perché quella cosa era finita lì. Si sarebbe dato un mese di tempo: due settimane per elencare i candidati e due per eliminare via via quelli meno interessanti, fino ad arrivare ad uno soltanto. Solo allora avrebbe preso la lampada e espresso il desiderio. In quel modo era ragionevolmente sicuro di non sbagliare.
Iniziò immediatamente e le prime cose che gli vennero in mente furono, nell’ordine: che Malika si innamorasse perdutamente ed eternamente di lui; fare un viaggio in giro per il mondo, per vederne le meraviglie e conoscerne i popoli; giocare nel Real Madrid a fianco di Cristiano Ronaldo. Gli erano usciti di getto, non aveva nemmeno dovuto pensarci.
Rileggendoli però capì che erano davvero sogni molto belli, ma che tutti e tre erano incentrati su di lui. Nulla per i suoi genitori, nulla per i suoi amici. E i grandi problemi dell’umanità? Sarebbe stata capace, la lampada, di fare cessare ora e per sempre tutte le guerre? La povertà? Le ingiustizie di cui così spesso si aveva notizia dalla TV? Il riscaldamento globale? Kamal si sentì improvvisamente in colpa per il suo egoismo e iniziò ad annotare sul quaderno tutti questi pensieri.
Di fronte a questi ragionamenti gli parve ovvio, naturale, cercare di realizzare qualcosa che facesse il bene di più persone possibili. A questo punto i suoi sogni più intimi, in confronto, non erano che capricci di un ragazzino.
L’umore di Kamal divenne subito cupo e capì che il suo piano mensile crollava di fronte alle ultime considerazioni. Poi ebbe un’illuminazione: la cosa migliore che poteva fare era chiedere alla lampada di rendere felici tutti gli esseri viventi sulla terra, ognuno a suo modo. Questo avrebbe sistemato il resto, perché non c’è felicità nella guerra, non c’è nella fame, non c’è se fai parte di una specie in via di estinzione. E avrebbe sistemato anche la sua famiglia. E sé stesso: sarebbe stato felice anche lui, ovviamente.
Mentre prendeva la lampada dal baule, Kamal era eccitato e nervoso. Aveva la possibilità di fare qualcosa di grandioso. Richiuse il baule e vi appoggiò sopra la lampada. Si sedette sul letto, chiuse gli occhi, e formulò un pensiero: “vorrei che tutte le creature del mondo fossero felici, ognuna a modo suo”. Lo ripeté varie volte, poi riaprì gli occhi. Sembrava che tutto fosse come prima. Lui di certo non si sentiva più felice, inoltre c’era ancora un graffio sul fianco della lampada.
Non aveva funzionato.
Riprovò la procedura altre tre volte, sempre con lo stesso non-risultato.
Cercò di calmarsi e di ragionare su quello che era appena accaduto. Da un lato si sentiva immensamente sollevato, perché o la lampada non funzionava affatto oppure poteva esaudire solamente desideri “piccoli”. Ciò significava non avere sulle spalle la spaventosa responsabilità delle sorti della Terra, e magari di prendere la decisione sbagliata.
Dall’altro però ne era anche rattristato: sarebbe stato bello se tutti i problemi che affliggevano il suo meraviglioso pianeta potessero essere risolti in un attimo, grazie alla lampada.
La conclusione, comunque, era che poteva tornare al piano originario, e dunque iniziò ad eliminare ad uno ad uno quelli che aveva ribattezzato i “grandi desideri”, per concentrarsi di nuovo su quelli “piccoli”.

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La lampada di Ronaldo – Parte 4a


Una cosa: questo racconto, per questioni di tempo, è poco o nulla “revisionato” prima della pubblicazione. Giusto una riletta veloce. Quindi mi scuso per eventuali errori.

Ho deciso che la pubblicazione avverrà ad una cadenza di 4 giorni, così avrò eventualmente modo di pubblicare qualcosa di altro a metà, tipo post fotografici. Sono meno “faticosi” e mi danno sempre soddisfazione.

Le puntate precedenti: prima, seconda e terza.

La lampada di Ronaldo – Parte 4a

Durante la giornata seppe poi che il bullo fu accompagnato a scuola da due poliziotti che stavano passando di lì e che ascoltarono la versione dei fatti dei passanti che l’avevano soccorso. Venne sospeso anche se l’incidente era avvenuto al di fuori del perimetro della scuola. In effetti era un soggetto turbolento non nuovo a questo genere di azioni. A Kamal un po dispiacque, poi però la cosa gli passò di mente.
Quando più tardi tornò a casa, si sentiva leggero, probabilmente non avrebbe più dovuto sopportare il peso fastidioso di essere preso di mira da atti di nonnismo. Salì in camera – i genitori erano al lavoro e sarebbero tornati all’imbrunire – appoggiò i libri sul tavolino ed estrasse la lampada per controllare che non fosse rimasta danneggiata dal volo che aveva fatto.
Notò con dispiacere che aveva riportato una piccola ammaccatura sul fianco. Fortunatamente era sul lato dove c’erano i due segni, e non sul quello dello stemma del Real. Due segni? Ora ne notava uno solo. Come era possibile? Dall’ultima volta, dopo la partita, non aveva più pulito la lampada. Ed era assolutamente certo che fossero due, i graffi.
Improvvisamente gli venne in mente un cartone della Disney che aveva visto quando era bambino – Aladdin – la lampada e il suo genio. Gli si accapponò la pelle, in un misto di emozioni difficilmente definibili. L’idea lo spaventava ma era anche attraente in maniera formidabile. Poteva essere qualcosa di enorme, più grande di lui, e Kamal si sentiva inadeguato ad affrontare quella novità. Inoltre poteva essere tutto frutto della sua mente fantasiosa. Dopotutto Aladdin era solo un film di animazione e mai si era sentito, nel mondo reale, di lampade che esaudissero i desideri. Era terrorizzato dall’idea di rimanere deluso da aspettative che magari non erano altro che un suo viaggio, come spesso gli era già capitato.
Ad esempio con Malika, la sua compagna di classe. Malika era una ragazza molto bella, dagli occhi neri come il fondo di un pozzo e con una forma vagamente orientaleggiante. Una pelle chiara che contrastava con il colore scuro dei suoi capelli, lunghi fino alla schiena. Parlava poco, e quando diceva qualcosa, questo non era mai banale. Riservata, o forse timida, aveva poche amiche e stava spesso da sola a leggere i suoi libri. I libri… anche lei adorava leggere.
Una volta era successo che Malika, di sua iniziativa ché mai Kamal avrebbe avuto il coraggio di rivolgere la parola ad un essere tanto meraviglioso quanto misterioso, gli chiese cosa stava leggendo. Lui rispose impacciato, arrossendo per l’emozione e la vergogna di essere così imbranato. Poi però la conversazione divenne fluida e il tempo si fermò. Quella volta Kamal si convinse di piacerle, e prima di salutarla le chiese se la domenica successiva sarebbe andata con lui al Cyber Park per una passeggiata. Lei rifiutò, con molta gentilezza certo, e lo motivò col fatto che ci sarebbe andata col suo fidanzato. Kamal avrebbe voluto volatilizzarsi all’istante, sparire in una voragine dalla quale nessuno avrebbe mai più potuto estrarlo. Invece andò a casa maledicendo la sua indole da sognatore, ché era talmente ovvio che ad una così non sarebbe mai potuto piacere uno come lui.
Ecco, ora aveva il timore di patire una delusione simile, quindi cercò con tutte le sue forze di affrontare la questione con ogni grammo della razionalità che il suo cervello poteva ancora contenere, in maniera scientifica.
Punto primo: in che modo avrebbe potuto scoprire se veramente quella lampada era in grado di esaudire desideri? Se le sue ipotesi erano vere, ne avanzava uno solo e non poteva permettersi errori. Punto secondo: in che modo la lampada si attivava? Esisteva una forma secondo la quale andavano espressi i desideri. Doveva individuare i motivi di similitudine tra quanto era accaduto durante la partita e quanto invece col bullo. Punto terzo: doveva assolutamente evitare, prima di essere riuscito a capirci qualcosa di più, di esprimere un altro desiderio, per lo meno in presenza della lampada. Ecco questo portava a considerare un quarto punto: a che distanza massima la lampada si poteva attivare? Ad esempio, se lui era a scuola e la lampada a casa nel baule, avrebbe funzionato?
Kamal pensò che gli stesse per scoppiare la testa, c’erano già troppi quesiti a cui rispondere prima di poter eventualmente passare a quello più importante: quale desiderio esprimere?
Cenò velocemente con gli avanzi, si lavò, poi si infilò a letto prima che i suoi rincasassero. Sperava che la notte, ma soprattutto una bella dormita, gli portassero consiglio.

La lampada di Ronaldo – Parte 3a


Continuano le avventure di Kamal, iniziate nella prima parte e continuate nella seconda (ma dai?!). La prossima credo sarà venerdì.

La lampada di Ronaldo – Parte 3a

I successivi dieci minuti di partita scorsero velocissimi, come se ognuno durasse una manciata di secondi. Gli spagnoli attaccavano furiosamente ma non riuscivano ad indirizzare nessun tiro verso la porta difesa da Welbeck. Sugli sviluppi di un calcio d’angolo, però – correva il minuto 88 – Ronaldo, ancora lui, incornò la palla e la mandò di nuovo a scuotere la rete.
L’apoteosi. Nel bar si scatenò la gioia dei tifosi del Real, che iniziarono ad abbracciarsi, saltando e urlando come pazzi. Kamal invece rimase immobile, come gli amici di fede unionista, un estraneo in quella parte di universo. Non sentiva i suoni, era come all’interno di una bolla, isolato, lo sguardo fisso sullo schermo.
La passione da adolescente era troppo grande per poter uscire dalla bocca, ora aperta in un’espressione di stupore: il suono della felicità si era incagliato tra petto e gola. Poi finalmente una pressione irresistibile lo liberò e anche Kamal si unì ai festeggiamenti.
Il portafortuna aveva funzionato! Lo aveva fatto nel modo più spettacolare che potesse esistere, ché una vittoria sofferta vale doppio, si sa.
Finita la partita si fermò una mezz’ora a commentarla con gli amici, rivivendone le fasi più emozionanti, poi prese la strada di casa. La mattina seguente doveva andare a scuola e sapeva che i genitori non volevano che andasse a letto troppo tardi.
Di nuovo solo nella sua camera, Kamal estrasse la lampada dalla tasca del giubbotto e, prima di riporla nel baule, la volle osservare un po’. Fu sorpreso di notare i due graffi molto simili sul lato opposto a quello dove c’era lo stemma del Real. Ricordava molto precisamente che quei segni erano tre e, anzi, erano stato l’argomento usato con Abdelaziz per strappargli lo sconto degli ultimi 3 Dirham. Tre segni, 3 Dirham. Alla fine si convinse che il terzo, invece di un graffio, fosse stato un segno di sudiciume, che lui aveva così rimosso lucidando la lampada.
Nei giorni successivi Kamal portò la lampada sempre con sé, perché ormai si era convinto che fosse un vero talismano portafortuna: se aveva permesso al Real di ribaltare il risultato allora poteva aiutare anche lui nella vita di tutti i giorni.
Kamal era un ragazzo molto intelligente, e colto per uno della sua età, ma questo, come accade a tutti i secchioni del mondo, attirava su di lui le fastidiose attenzioni dei bulli della scuola. In realtà lui non si sentiva affatto un secchione, che immaginava fosse uno di quelli che studiano studiano ma capiscono poco.
Per gli ottusi ripetenti non faceva purtroppo alcuna differenza: a loro era bastato vederlo nel cortile della scuola – circa un anno prima – mentre leggeva Cuore di tenebra per essere marchiato a vita.
Una mattina stava camminando spedito – arrivava in classe sempre sul filo del ritardo – con lo sguardo fisso sui suoi piedi. Così non si accorse di nulla mentre uno degli antipatici ceffi che l’avevano preso di mira, uno dell’ultimo anno (Kamal frequentava il secondo), gli si affiancò per fargli lo sgambetto. Tra l’effetto sorpresa e la velocità della sua andatura il risultato fu che volò dritto in terra, lanciando come un discobolo la pila di libri che stringeva nella mano destra. Nella caduta la lampada uscì dalla tasca del giubbotto e andò a piazzarsi giusto di fianco al piedone del bullo.
Alzò lo sguardo per vedere chi fosse e in quel momento scorse nello sguardo torpido del ripetente – aveva una faccia troppo pelosa per avere solo sedici anni – un lampo di vivacità. La gamba dell’idiota si stava piegando verso l’alto e Kamal capì subito qual era la sua intenzione: il piede puzzolente (la teoria di Kamal era che i bulli fossero, oltre che stupidi, anche persone poco pulite) si sarebbe abbattuto sulla povera lampada, schiacciandola irrimediabilmente.
Dalla posizione in cui era non avrebbe mai fatto in tempo a reagire per salvare il suo amuleto. Tutto quello che poté fu sperare con tutte le forze che, in qualche modo, il bullo si sbilanciasse all’indietro – ora che era in piedi su una gamba sola – cadendo con le chiappe sull’aiuola di rose che stava alle sue spalle. E fu esattamente quello che accadde, tra lo stupore di entrambi.
Mentre il coglione frignava e qualcuno lo aiutava a rimuove il proprio posteriore dalla proprietà comunale, Kamal recuperò lampada e libri e se la svignò ridacchiando verso la scuola. Entrò in classe appena prima dell’inizio della lezione.

La lampada di Ronaldo – Parte 2a


Ed ecco la seconda puntata del racconto con protagonista Kamal. La prima si trova qui.

Questo “schema” di pubblicazione – una puntata al lunedì e una al giovedì – mi piace, quindi lo manterrò fino alla fine del racconto. Siccome è un racconto ancora in via di scrittura non so esattamente quante puntate durerà, ma voglio sbilanciarmi: 5 o 6.

Lo so, può essere una palla seguire un racconto diviso in parti, ma del resto anche leggersi un racconto lungo in una botta sola… Come al solito, quindi, sono andato a sentimento.

La lampada di Ronaldo – Parte 2a

Un’ora prima della partita, indossata la maglia di Cristiano Ronaldo – attaccante del Real e suo idolo numero uno – si incontrò con gli amici e tutti insieme si diressero verso il bar di Hassan, che aveva un bel televisore al plasma. Nel suo gruppo c’erano molti tifosi della squadra spagnola, ma anche qualcuno dello United, per cui probabilmente ci sarebbe stato da litigare. Era un genere di discussione molto rumoroso, ma alla fine, a parte qualche sfottò, non succedeva mai niente.
Per Kamal, però, quella non era solo una partita di calcio, era il simbolo della battaglia eterna tra fantasia, arte ed amore contro forza, applicazione, freddo calcolo. La vittoria del Manchester avrebbe dimostrato una volta di più che nella vita il talento e la passione non vengono premiati.
In realtà anche gli inglesi vantavano una buona squadra, formata da tanti giocatori pieni di estro, ma lui si sentiva mille volte più affine agli spagnoli.
Il primo tempo fu piuttosto noioso, con le merengues – così veniva chiamata in Spagna la prima squadra della capitale – che spingevano per cercare di segnare e il Manchester che, sornione, provava senza successo a pungere in contropiede. Nell’intervallo uscirono tutti in strada per prendere fiato, nemmeno fossero loro a correre su e giù per il campo. Si discuteva di tattica e gli adulti, con fare saccente, indottrinavano i ragazzi con sopraffine lezioni su fuorigioco, zona ed attacco a tre punte.
A Kamal non importava con quale modulo il Real avrebbe affrontato il secondo tempo, l’unica cosa importante era che riuscisse a segnare. Per ora la lampada portafortuna non stava funzionando, ma dopotutto bastava fare un solo gol.
Il secondo tempo stava avendo un andamento simile al primo, la partita era noiosa e sembrava che nessun attaccante fosse in grado di superare la difesa avversaria. A dieci minuti dalla fine, però, un errore del portiere Casillas su una punizione innocua battuta dal gallese Giggs consentì a Rooney, il migliore attaccante del Manchester, di segnare il più facile dei gol. United uno, Real zero. Era la fine. Ora al Madrid sarebbero servite due reti per qualificarsi ai quarti. In pratica un miracolo.
Kamal abbassò lo sguardo per osservare la lampada che aveva tenuto in mano fino a quel momento, sentendosi uno stupido nell’aver creduto che un semplice oggetto di ottone potesse indirizzare le sorti di una partita così difficile. Gli venne voglia di lanciarla contro il muro, e si trattenne solo per non mostrare agli altri la sua disperazione. Decise invece di passarla nella mano sinistra, come estremo gesto di scaramanzia. Sussurrò anche qualche parola, una sorta di preghiera: “maledetto rottame, dimostrami di valere i soldi che mi sei costata; doppietta di Ronaldo, tutto qui; semplice no?”. Gli amici che erano tifosi del Manchester intanto lo sfottevano, lui e l’allenatore delle meregues Mourinho, che però non poteva sentire.
Rialzando lo sguardo verso lo schermo vide il Real ripartire da centrocampo: palla indietro a Xavi Alonso, ancora indietro a Sergio Ramos – un andaluso dalle sembianze di un vichingo, Ronaldo che scatta sulla fascia, il difensore che lo vede e lancia lungo, la squadra inglese sorpresa, Cristiano che controlla magnificamente e si invola verso la porta. Affronta il portiere De Gea in uscita, lo dribbla e lui lo stende. L’arbitro indica il dischetto del rigore e, mentre corre verso l’area, mette mano al taschino estraendone qualcosa. Cartellino rosso!!!
Kamal impiegò qualche secondo per realizzare cosa stava succedendo: il Manchester aveva già effettuato tre sostituzioni, quindi avrebbe dovuto affrontare un rigore contro e i successivi dieci minuti di partita in inferiorità numerica e con un giocatore di movimento in porta. Sembrava di nuovo tutto possibile.
Dopo le classiche proteste dei giocatori di casa, Ronaldo riuscì a posizionare la palla sul dischetto, aspettando che Welbeck, un attaccante, prendesse posto in mezzo alla propria porta.
Stadio ammutolito nell’attesa. L’arbitro fischia. Ronaldo calcia potente, il portiere improvvisato non si muove nemmeno, la palla si infila come una saetta alla sua destra. Uno a uno.
Kamal guardò di nuovo la lampada, poi guardò lo schermo dentro al quale i giocatori del Real si stavano abbracciando, poi ancora la lampada. Ora sentiva che ce l’avrebbero fatta.

La lampada di Ronaldo – Parte 1a


Un paio di giorni fa mi è capitato di pensare, in rapida successione e per motivi a me sconosciuti, ad un libro di Paulo Coelho, L’alchimista; ad un viaggio che ho fatto nel 2011, a Marrakech; e agli ottavi di finale di Champions League, in particolare alla partita Real – United.

Il mio cervello ha mescolato bene i tre ingredienti ed ha prodotto un’idea per un racconto. Stavo andando a lavorare (o forse ero in bagno ma questa seconda immagine è meno affascinante) ed ho “dettato” al telefonino un paio di appunti, ché altrimenti mi sarei dimenticato di certo (il mio lavoro devasta la memoria, i colleghi ne sono tristemente testimoni).

L’intenzione sarebbe quella di parlare, attraverso le vicende di un ragazzo marocchino di nome Kamal, di due questioni che mi hanno dato sempre da pensare: le scelte e i sogni.

La lampada di Ronaldo – Parte 1a

Kamal era un ragazzo di 15 anni che viveva nella medina di Marrakech, figlio di un calzolaio e di una venditrice di ceste di vimini.
Entrambi i genitori lavoravano dentro alla medina stessa, così che la vita di Kamal si svolgeva quasi esclusivamente all’interno di quel dedalo di viuzze. Anche la sua scuola era dentro le mura, motivo per cui Kamal usciva dalla città vecchia solo per andare a trovare gli zii che vivevano sulle montagne, ad un paio d’ore di autobus. E questo accadeva rigorosamente due volte all’anno: una d’state per sfuggire temporaneamente al calore del deserto e l’altra d’inverno, per vedere lo spettacolo della neve. Quando veniva.
A Kamal piaceva la sua vita, fatta di studi – era davvero bravo – e scorribande con gli amici. Queste due attività erano interrotte suo malgrado dai doveri famigliari, e cioè aiutare a turno i genitori nei loro negozi.
Ad essere onesti, se quello del padre era un vero e proprio negozio con tanto di portone di legno, quello della madre era solo uno spazio in una delle tante piazzette della medina. Lei stendeva a terra alcune coperte consunte, sulle quali poi disponeva i bei cesti che fabbricava a mano.
In ogni caso gli rimaneva sempre abbastanza tempo per dedicarsi alla lettura. Kamal era un vero divoratore di libri, non importava il genere. Bastava che parlassero di paesi lontani. Che i protagonisti fossero impegnati in una struggente e impossibile storia d’amore, oppure nelle indagini legate ad un caso di omicidio, non faceva per Kamal alcuna differenza. Quello che lui cercava tra le pagine erano le descrizioni di città esotiche, enormi, fredde, pericolose. Una volta aveva letto di una con un inverno così rigido che l’acqua nelle pozzanghere rimaneva ghiacciata per sei mesi.
Cercava i libri un po’ ovunque, in ogni posto dove potessero essercene. La biblioteca della sua scuola, gli alberghi pieni di turisti, piazza Djemaa el Fna. Qui, solo che riuscisse a racimolare qualche decina di Dirham, poteva tentare la fortuna presso i banchetti dei rigattieri. Ormai li conosceva tutti, e loro tenevano volentieri da parte un libro per lui.
Fu così che Kamal trovò la lampada.
Era andato in piazza. Quel giorno, facendo la guida per una coppia di giovani turisti, aveva guadagnato ben 100 Dirham, ed era intenzionato a spenderli tutti cercando di comprare libri. Invece, arrivato al banco di Abdelaziz – aveva con sé ancora 64 Dirham – vide un oggetto che attirava la sua attenzione. Era una di quelle vecchie lampade a olio che ormai non si usavano più, se non nei riad per turisti. Ne aveva viste tante nei vari souk, ma questa aveva destato la sua attenzione perché sul fianco recava uno stemma che ricordava quello del Real Madrid, la sua squadra preferita. Ovviamente lo stemma non era quello della squadra spagnola, ma Kamal decise che voleva la lampada.
La trattativa fu, come si conviene alle migliaia di trattative che tutti i giorni si verificano a Marrakech, lunga e complessa. Agli occhi di uno straniero sarebbe potuta sembrare una lite, in realtà Abdelaziz e Kamal si stavano divertendo un mondo.
Alla fine, entrambi con un’espressione devastata dalla delusione, si accordarono per un prezzo di 37 Dirham.
Il sole era ormai tramontato e Kamal si affrettò a tornare verso casa, dove certamente la madre l’avrebbe sgridato per il ritardo.
Corse velocemente nella sua camera – Kamal era figlio unico e si diceva che la madre non avrebbe più potuto avere figli – per riporre nel baule i libri e la lampada. Si diede una lavata veloce e scese per cenare con la famiglia.
Nei successivi due o tre giorni Kamal si dimenticò della lampada, indaffarato com’era tra studio, amici e le botteghe dei genitori. Ma il mercoledì seguente si giocava la Champions League e il Real Madrid incontrava niente di meno che il Manchester United. Dopo la scuola Kamal tirò la lampada fuori dal baule. Voleva ripulirla in modo che la sera fosse pronta per fare da portafortuna. Il Real doveva vincere in Inghilterra per passare il turno, e l’impresa non era di certo delle più facili.