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La lampada di Ronaldo – Parte 5a


Con parecchio ritardo rispetto ai miei “teorici” programmi, la quinta puntata. Qui la prima, la seconda, la terza e la quarta.

La lampada di Ronaldo – Parte 5a

La mattina seguente, quando si svegliò, si sentiva molto riposato e decisamente più sereno riguardo alla lampada e al suo desiderio rimanente. Sempre che ne esistesse uno, ovviamente (forse il fatto che quel giorno non doveva andare a scuola aiutava il buonumore).
Passando in rassegna gli appunti che aveva preso prima di andare a letto, concluse che l’unica cosa che poteva fare era partire dal problema più grosso: scegliere il desiderio da esprimere. Tutto il resto sarebbe venuto di conseguenza. Anzi, tutto il resto era insignificante. E, dopotutto, erano domande alle quali non sapeva proprio come rispondere.
Certo che, con tutte le cose che si potevano desiderare, sceglierne una non era per nulla facile. E se si fosse sbagliato? Non se lo sarebbe mai perdonato. Anche in questo caso, dunque, Kamal adottò un metodo basato su delle regole. Non poteva lasciare tutto in balia dei suoi sentimenti. Essi sono qualcosa di variabile: possono dipendere da come ti svegli la mattina, se c’è il sole o il cielo è coperto di nuvole.
Avrebbe annotato su un quaderno tutte le cose che gli sarebbe piaciuto fare, o avere, o vedere e, per ognuna di esse avrebbe scritto qualche riga, come piccoli ragionamenti del perché quella cosa era finita lì. Si sarebbe dato un mese di tempo: due settimane per elencare i candidati e due per eliminare via via quelli meno interessanti, fino ad arrivare ad uno soltanto. Solo allora avrebbe preso la lampada e espresso il desiderio. In quel modo era ragionevolmente sicuro di non sbagliare.
Iniziò immediatamente e le prime cose che gli vennero in mente furono, nell’ordine: che Malika si innamorasse perdutamente ed eternamente di lui; fare un viaggio in giro per il mondo, per vederne le meraviglie e conoscerne i popoli; giocare nel Real Madrid a fianco di Cristiano Ronaldo. Gli erano usciti di getto, non aveva nemmeno dovuto pensarci.
Rileggendoli però capì che erano davvero sogni molto belli, ma che tutti e tre erano incentrati su di lui. Nulla per i suoi genitori, nulla per i suoi amici. E i grandi problemi dell’umanità? Sarebbe stata capace, la lampada, di fare cessare ora e per sempre tutte le guerre? La povertà? Le ingiustizie di cui così spesso si aveva notizia dalla TV? Il riscaldamento globale? Kamal si sentì improvvisamente in colpa per il suo egoismo e iniziò ad annotare sul quaderno tutti questi pensieri.
Di fronte a questi ragionamenti gli parve ovvio, naturale, cercare di realizzare qualcosa che facesse il bene di più persone possibili. A questo punto i suoi sogni più intimi, in confronto, non erano che capricci di un ragazzino.
L’umore di Kamal divenne subito cupo e capì che il suo piano mensile crollava di fronte alle ultime considerazioni. Poi ebbe un’illuminazione: la cosa migliore che poteva fare era chiedere alla lampada di rendere felici tutti gli esseri viventi sulla terra, ognuno a suo modo. Questo avrebbe sistemato il resto, perché non c’è felicità nella guerra, non c’è nella fame, non c’è se fai parte di una specie in via di estinzione. E avrebbe sistemato anche la sua famiglia. E sé stesso: sarebbe stato felice anche lui, ovviamente.
Mentre prendeva la lampada dal baule, Kamal era eccitato e nervoso. Aveva la possibilità di fare qualcosa di grandioso. Richiuse il baule e vi appoggiò sopra la lampada. Si sedette sul letto, chiuse gli occhi, e formulò un pensiero: “vorrei che tutte le creature del mondo fossero felici, ognuna a modo suo”. Lo ripeté varie volte, poi riaprì gli occhi. Sembrava che tutto fosse come prima. Lui di certo non si sentiva più felice, inoltre c’era ancora un graffio sul fianco della lampada.
Non aveva funzionato.
Riprovò la procedura altre tre volte, sempre con lo stesso non-risultato.
Cercò di calmarsi e di ragionare su quello che era appena accaduto. Da un lato si sentiva immensamente sollevato, perché o la lampada non funzionava affatto oppure poteva esaudire solamente desideri “piccoli”. Ciò significava non avere sulle spalle la spaventosa responsabilità delle sorti della Terra, e magari di prendere la decisione sbagliata.
Dall’altro però ne era anche rattristato: sarebbe stato bello se tutti i problemi che affliggevano il suo meraviglioso pianeta potessero essere risolti in un attimo, grazie alla lampada.
La conclusione, comunque, era che poteva tornare al piano originario, e dunque iniziò ad eliminare ad uno ad uno quelli che aveva ribattezzato i “grandi desideri”, per concentrarsi di nuovo su quelli “piccoli”.

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Le cavallette sono solo un po’ dure


Il racconto che segue, che ho scritto l’estate scorsa, è una specie di favola e quindi non va preso troppo seriamente.
Per entrare nell’atmosfera giusta cito una frase che Douglas Adams ha scritto in Guida galattica per gli autostoppisti; la trovo molto simpatica.

Ho fatto qualcosa di male oggi – domandò – o il mondo è sempre stato così e io ero troppo rinchiuso in me stesso per accorgermene?

Le cavallette sono solo un po’ dure

Pietro era un giovane gabbiano. Un bel gabbiano che non aveva ancora perduto tutte le piume giovanili, più scure dell’immacolata livrea della maturità. Non aveva nulla che non andasse, Pietro, solo che aveva paura di volare.
Alla sua età ormai tutti i gabbiano volano da tempo, e pescando i succulenti pesci nelle fredde acque schiumose che Pietro vedeva oltre la battigia. Lui, invece, si accontentava di piccoli insetti dal guscio coriaceo e qualche viscida lucertola.
Gli andava bene così, lì sulla spiaggia si sentiva al sicuro, con sue le zampe palmate ben piantate nella sabbia. Forse a volte si annoiava un po’, mentre i suoi simili, lassù nel cielo così luminoso che faceva fatica a vederli, volteggiavano felici. Però cosa vuoi, meglio non correre rischi inutili. Cibo ne aveva, e il suo nido, dopotutto, era uguale a quello degli altri. Non era questo gran sacrificio.
Tra i gabbiani Pietro era considerato simpatico, gli altri mica stavano male con lui, solo che più o meno tutti gli dicevano che doveva sbrigarsi, che non si era mai sentito di nessun gabbiano che, perse le ultime piume grigie, non avesse ancora fatto il suo primo volo. In realtà Pietro un volo l’aveva fatto.
Era stato davvero emozionante, ed era proprio uno spettacolo magnifico Pietro, con le sue grandi ali a fendere la fresca brezza salmastra, lassù tra il sole e il mare. Era davvero un eccellente volatore.
Ma poi l’aveva preso una paura tremenda, e così era subito tornato sulla spiaggia. Si era di nuovo chiuso nel suo guscio: un mondo tutto suo dove i gabbiani non volano.
Gli anni passavano e le piume grigie erano solo un ricordo. I suoi amici di quando era giovane erano ormai tutti migrati in luoghi dai nomi esotici – Felicità, Serenità, Amore – dove le sardine erano talmente abbondanti da fare ribollire l’acqua in superficie. Anche Tino, il suo migliore amico, dopo averlo aspettato tanto, era volato lontano.
Lui invece era sempre lì, sulla sua spiaggia sicura e un po’ noiosa, a mangiare cavallette, insieme agli altri quatto o cinque vecchi gabbiani fifoni come lui.
Però il guscio cominciava a mostrare qualche crepa, e Pietro si chiedeva sempre più spesso se non fosse stato meglio seguire il suo istinto di gabbiano, affrontando i pericoli e le emozioni del volo.
Ogni volta che questo pensiero gli si formava nella mente, beh lui lo ricacciava indietro con rabbia. Ma il pensiero tornava insistentemente a tormentarlo, e un giorno Pietro si arrese. Decise che era venuto il momento di spiegare le sue belle ali e di raccogliere tutto il coraggio che aveva. Mise il becco contro il vento che veniva dal mare, e decollò.
Non fu nemmeno troppo difficile. I gabbiani sono fatti per volare, dopotutto. Pietro prese il volo, andò in alto, sempre di più, fino al punto in cui i vecchi gabbiani fifoni, laggiù sulla spiaggia, non sembravano che puntini bianchi.
Dopo qualche giro intorno, avanti e indietro, Pietro si rese conto di non conoscere nessuno dei giovani gabbiani che volavano intorno a lui. Certo, lo salutavano con educazione, ma anche con un certo distacco. “Che tristezza”, pensò Pietro, “cosa ci faccio io quassù in mezzo a questi sconosciuti?”.
Mosse abilmente le lunghe penne delle ali e puntò a terra. Dopo pochi secondi era di nuovo giù, sulla sabbia.
“Sono troppo vecchio per certe cose”, concluse Pietro, “tanto vale starmene qui. In fondo le cavallette sono solo un po’ dure”.