Archivi categoria: Scrittura

Reportage fotografico a parole / 6


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Arriviamo al villaggio poco prima del tramonto. Una donna ci conduce tra le capanne, dove altre donne hanno sistemato a terra oggetti che vorrebbero venderci. Compriamo qualcosa. Tutti ci guardano. Non ci sono uomini adulti in giro.

Giungiamo ad una capanna periferica dalla quale esce una giovane seguita da un bambino, probabilmente il figlio. Ci invita ad entrare per un caffè.

La capanna ha un diametro di quattro metri ed è alta circa due. È costruita in paglia e fango, riparata da un perimetro esterno di stecchi. L’interno è organizzato in due livelli: quello sopra ospita i letti, quello sotto il focolare.

La ragazza prende dal fuoco una una pentola di terracotta e ne versa il contenuto, che ancora bolle, in una scodella ricavata da una zucca. Ce la porge. Perplessi beviamo a turno. Io prego gli déi della flora batterica intestinale di proteggermi.

Le mie preghiere vengono ascoltate.

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Reportage fotografico a parole / 5


In attesa che l’amico Kamal trovi la sua strada…

Lake Albert (Uganda) - Martinpescatore

Ieri sera siamo andati a letto presto: eravamo stanchi per il viaggio; inoltre non avere la corrente elettrica ti porta a vivere seguendo i ritmi del sole.

Fuori sta albeggiando e i versi degli uccelli mi svegliano, oppure è il russare di Lorenzo che dorme alla mia sinistra, nella piccola tenda ad igloo.

Mi infilo qualcosa ed esco, l’aria è ancora fresca ed il cielo, se guardo verso l’alba, è giallo. Centinaia di uccelli sorvolano il lago per nutrirsi dei milioni di insetti di ogni tipo che svolazzano sulle sue acque.

Un martinpescatore, ad una ventina di metri da me, sbatte le ali per mantenere la stessa verticale. Aspetta che un pesce si avventuri troppo vicino alla superficie per tuffarsi e catturarlo.

Leoni molto lontani si chiamano.

Il sole spunta oltre il lago e le montagne; a queste latitudini sale con un movimento percettibile. L’aria inizia presto a scaldarsi.

È ora di preparare la colazione.

Reportage fotografico a parole / 4


Avrei voluto continuare con il racconto “La lampada di Ronaldo”, ma in questi ultimi 10 giorni ho avuto pochissimo tempo da dedicare al blog, tra i vari festeggiamenti per Pasqua (molto pagani per quanto mi riguarda) e i preparativi per il viaggio in Mozambico. Non voglio nascondere i miei meschini sentimenti: tengo a citare il viaggio per generare in tutti i lettori una MOSTRUOSA invidia.

Quello che mi posso concedere è un reportage fotografico a parole. Questa volta siamo a Varsavia, sotto Natale.

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Stare Miasto, cioè la città vecchia. Che poi non è così vecchia. È la ricostruzione di come appariva prima della Seconda Guerra Mondiale, durante la quale la città fu praticamente rasa al suolo.

Imbocchiamo una via stretta che parte dalla piazza Rynek Starego Miasta e va verso nord-ovest. La temperatura è rigida: qualche grado sotto lo zero e io ho le mani e i piedi praticamente insensibili.

Alla mia sinistra vedo però una vecchia bilancia, rossa, di quelle con la tabella altezza-peso. Mi tolgo i guanti per fotografarla, faccio qualche scatto poi alzo la testa. Noto una vecchia che arriva dalla piazza. Porta un sacchetto della spesa nella mano destra e la borsa in quella sinistra. È vestita con un lungo cappotto scuro e si ripara la testa con un foulard. Cammina spostando goffamente il peso sulle gambe.

Mi giro di 180 gradi mentre la donna mi passa alle spalle, in modo da averla davanti. La voglio fotografare. Lei gira a destra dentro ad un arco che dà su di uno stretto vicolo. Cammina radente al muro, quindi scompare dalla mia vista non appena supera l’arco. Un attimo prima che succeda faccio lo scatto migliore.

Reportage fotografico a parole / 3


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Arriviamo a Ngongo a bordo del fuoristrada guidato da Richard, dopo avere percorso la strada sterrata, ripida e tortuosa che da Sumbawanga porta al lago Rukwa. Alle porte del villaggio ci accoglie una folla rumorosa, che occupa tutta la carreggiata. In paese c’è il mercato, e il nostro mezzo fatica a passare. Un uomo con la faccia arrabbiata batte una mano sul cofano. Richard procede come se niente fosse, a passo d’uomo e suonando ogni tanto il clacson.

Il villaggio è un insieme di baracche costruite con mattoni di fango essiccato e coperte da tetti di paglia o lamiera. Quelli in lamiera sono tutti di colore azzurro.

Scendiamo dalla macchina e gruppetto di quattro-cinque persone ci viene incontro sorridente. Tra di loro spicca un uomo alto, magro e dinoccolato. Dimostra una cinquantina d’anni ed ha l’aria di essere un personaggio importante. A tracolla porta un marsupio polveroso e consunto ed una vecchia macchina fotografica.

Ci presentiamo reciprocamente e l’uomo alto risulta essere il capo del villaggio, almeno stando alle sue parole. Gli altri però non lo contraddicono. Oltre questo, afferma di essere un insegnante. Mentre si svolgono i convenevoli una piccola folla ci circonda. Le facce sono serie.

Spieghiamo alla delegazione di benvenuto che vorremmo fare un giro sul lago e ci propongono di andare con una barca di pescatori. Parte una disputa circa chi ci deve accompagnare nell’escursione, che si risolve definitivamente quando è il momento di salire sul battello. Oltre noi, a bordo ci sono il capo villaggio e l’equipaggio della barca: due ragazzi seri e muscolosi che prendono molto sul serio il loro compito. Per salire sulla barca è necessario attraversare un tratto di acqua piena di carcasse di pesci spolpati e coperta di mosche.

Di ritorno dalla gita troviamo ad attenderci Richard insieme ad un giovane magro ed una grande matrona di mezz’età. Ci propongono di andare a pranzo presso un ristorante dove ci avrebbero preparato pesce deep fried con chapati. Io e Mic ci guardiamo e decidiamo che vale la pena rischiare.

Il ristorante non è che una baracca come tutte le altre, buia e con il pavimento in terra battuta. Ci sediamo ad un tavolo dove tre persone stanno già mangiando. Una ragazza ci porge una brocca d’acqua e una piccola saponetta per lavarci le mani.

Siamo l’attrazione del giorno, per cui arrivano persone da tutto il villaggio per darci la mano e fare domande. Il capo villaggio ci scatta una foto e mi consegna un foglio con annotato il suo indirizzo, chiedendo se posso, tornato in Italia, spedirgli le foto che ho fatto.

Il cibo arriva circa mezz’ora dopo, ma il tempo passa in fretta. Viene anche abbozzata una discussione riguardante la politica italiana. Ad ognuno di noi viene servito un pesce e una ciotola con quattro dischi di chapati. Da bere ordiniamo acqua in bottiglia. Il cibo è semplice e buono. Mangiamo con le mani: le posate non esistono.

Al termine del pasto torna la ragazza con la brocca dell’acqua per consentirci di ripulire le nostre mani dai residui di pesce. Chiediamo il conto che ammonta a quattromila scellini a testa. Ne lasciamo quindicimila (anche Richard ha pranzato con noi), ringraziamo ed usciamo.

Fuori la luce, rispetto all’interno della baracca, è abbacinante e il calore proveniente da sole, alto nel cielo, è stordernte. Raggiungiamo rapidamente la macchina, che però nel frattempo si è fatta rovente. Saliamo e Richard mette l’aria condizionata al massimo. Ripartiamo tra due ali di folla che ci saluta e torniamo a Sumbawanga.

La lampada di Ronaldo – Parte 5a


Con parecchio ritardo rispetto ai miei “teorici” programmi, la quinta puntata. Qui la prima, la seconda, la terza e la quarta.

La lampada di Ronaldo – Parte 5a

La mattina seguente, quando si svegliò, si sentiva molto riposato e decisamente più sereno riguardo alla lampada e al suo desiderio rimanente. Sempre che ne esistesse uno, ovviamente (forse il fatto che quel giorno non doveva andare a scuola aiutava il buonumore).
Passando in rassegna gli appunti che aveva preso prima di andare a letto, concluse che l’unica cosa che poteva fare era partire dal problema più grosso: scegliere il desiderio da esprimere. Tutto il resto sarebbe venuto di conseguenza. Anzi, tutto il resto era insignificante. E, dopotutto, erano domande alle quali non sapeva proprio come rispondere.
Certo che, con tutte le cose che si potevano desiderare, sceglierne una non era per nulla facile. E se si fosse sbagliato? Non se lo sarebbe mai perdonato. Anche in questo caso, dunque, Kamal adottò un metodo basato su delle regole. Non poteva lasciare tutto in balia dei suoi sentimenti. Essi sono qualcosa di variabile: possono dipendere da come ti svegli la mattina, se c’è il sole o il cielo è coperto di nuvole.
Avrebbe annotato su un quaderno tutte le cose che gli sarebbe piaciuto fare, o avere, o vedere e, per ognuna di esse avrebbe scritto qualche riga, come piccoli ragionamenti del perché quella cosa era finita lì. Si sarebbe dato un mese di tempo: due settimane per elencare i candidati e due per eliminare via via quelli meno interessanti, fino ad arrivare ad uno soltanto. Solo allora avrebbe preso la lampada e espresso il desiderio. In quel modo era ragionevolmente sicuro di non sbagliare.
Iniziò immediatamente e le prime cose che gli vennero in mente furono, nell’ordine: che Malika si innamorasse perdutamente ed eternamente di lui; fare un viaggio in giro per il mondo, per vederne le meraviglie e conoscerne i popoli; giocare nel Real Madrid a fianco di Cristiano Ronaldo. Gli erano usciti di getto, non aveva nemmeno dovuto pensarci.
Rileggendoli però capì che erano davvero sogni molto belli, ma che tutti e tre erano incentrati su di lui. Nulla per i suoi genitori, nulla per i suoi amici. E i grandi problemi dell’umanità? Sarebbe stata capace, la lampada, di fare cessare ora e per sempre tutte le guerre? La povertà? Le ingiustizie di cui così spesso si aveva notizia dalla TV? Il riscaldamento globale? Kamal si sentì improvvisamente in colpa per il suo egoismo e iniziò ad annotare sul quaderno tutti questi pensieri.
Di fronte a questi ragionamenti gli parve ovvio, naturale, cercare di realizzare qualcosa che facesse il bene di più persone possibili. A questo punto i suoi sogni più intimi, in confronto, non erano che capricci di un ragazzino.
L’umore di Kamal divenne subito cupo e capì che il suo piano mensile crollava di fronte alle ultime considerazioni. Poi ebbe un’illuminazione: la cosa migliore che poteva fare era chiedere alla lampada di rendere felici tutti gli esseri viventi sulla terra, ognuno a suo modo. Questo avrebbe sistemato il resto, perché non c’è felicità nella guerra, non c’è nella fame, non c’è se fai parte di una specie in via di estinzione. E avrebbe sistemato anche la sua famiglia. E sé stesso: sarebbe stato felice anche lui, ovviamente.
Mentre prendeva la lampada dal baule, Kamal era eccitato e nervoso. Aveva la possibilità di fare qualcosa di grandioso. Richiuse il baule e vi appoggiò sopra la lampada. Si sedette sul letto, chiuse gli occhi, e formulò un pensiero: “vorrei che tutte le creature del mondo fossero felici, ognuna a modo suo”. Lo ripeté varie volte, poi riaprì gli occhi. Sembrava che tutto fosse come prima. Lui di certo non si sentiva più felice, inoltre c’era ancora un graffio sul fianco della lampada.
Non aveva funzionato.
Riprovò la procedura altre tre volte, sempre con lo stesso non-risultato.
Cercò di calmarsi e di ragionare su quello che era appena accaduto. Da un lato si sentiva immensamente sollevato, perché o la lampada non funzionava affatto oppure poteva esaudire solamente desideri “piccoli”. Ciò significava non avere sulle spalle la spaventosa responsabilità delle sorti della Terra, e magari di prendere la decisione sbagliata.
Dall’altro però ne era anche rattristato: sarebbe stato bello se tutti i problemi che affliggevano il suo meraviglioso pianeta potessero essere risolti in un attimo, grazie alla lampada.
La conclusione, comunque, era che poteva tornare al piano originario, e dunque iniziò ad eliminare ad uno ad uno quelli che aveva ribattezzato i “grandi desideri”, per concentrarsi di nuovo su quelli “piccoli”.

Settimana 43 – Cannibale / Giustizia


Ispirato ad una storia vera.

Dall’inferno e ritorno

Gli daranno altri due ergastoli. Sicuro. Come se facesse differenza. Uno o tre, comunque creperà in quella cella. E io spero succeda presto.
L’indagine è una formalità: ho due corpi con il cranio fracassato, un bilanciere sporco di sangue e cervello, la confessione di Scarver.
Sapete come si chiama questa? Giustizia Divina, si chiama. Finalmente il cannibale di Milwaukee è tornato all’inferno.

Qui la raccolta di tutti i racconti.

Reportage fotografico a parole / 2


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Istanbul, nei pressi di Sultanahmet, primi giorni dell’anno. L’aria è fredda ma il sole scalda. C’è un notevole viavai sia di turisti che di gente del posto. La coda per entrare a Hagia Sofia è notevole e si vede da qui.

Arriva un uomo di mezz’età, nella mano destra stringe il manico di una valigia. La appoggia in terra, la apre e ne estrae due oggetti metallici e non bene identificabili. Mentre li apre capisco che sono un tavolino da pic-nic e la sedia coordinata. Tira fuori dal fondo della valigia una custodia in pelle, la apre e sfila una piccola macchina da scrivere. La appoggia sul tavolino, che appare malfermo. L’uomo porta un cappotto blu scuro e pantaloni grigi.

Ripone la custodia in pelle dentro la valigia, chiude quest ultima, e sistema la sistema alla sinistra del tavolino. Si siede e appoggia le mani sul piano metallico. Inizia a guardarsi attorno.

Dalla mia sinistra, dopo avere attraversato Divan Yolu, arriva un altro uomo, più giovane e vestito in maniera più sportiva: giubbotto nero e jeans. Si avvicina al vecchio, che si gira verso di lui, e gli porge un plico avvolto in una busta di colore marrone, stropicciata. I due iniziano a parlare, colgo il suono delle loro parole ma non il significato.

Il vecchio sfila il plico dalla busta e appoggia il tutto davanti alla macchina da scrivere. Apre la valigia, prende due fogli di carta e uno di copiativa, li sovrappone allineandoli accuratamente, poi li infila nella macchina da scrivere. Comincia a battere sui tasti, guardando alternativamente quello che scrive e i fogli portati dal giovane. Ogni tanto si interrompe e i due scambiano qualche parola.

Al termine del lavoro, lo scribano rimette il plico nella busta, sfila i fogli dalla macchina da scrivere e consegna il tutto al giovane. Questi gli allunga una banconota, lo saluta con un sorriso, si gira e se ne va nella stessa direzione da dove è venuto. Sparisce nella folla che cammina sul marciapiede.

Il vecchio torna a osservare quello che accade lì attorno. Io vado a fare colazione.