Reportage fotografico a parole / 3


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Arriviamo a Ngongo a bordo del fuoristrada guidato da Richard, dopo avere percorso la strada sterrata, ripida e tortuosa che da Sumbawanga porta al lago Rukwa. Alle porte del villaggio ci accoglie una folla rumorosa, che occupa tutta la carreggiata. In paese c’è il mercato, e il nostro mezzo fatica a passare. Un uomo con la faccia arrabbiata batte una mano sul cofano. Richard procede come se niente fosse, a passo d’uomo e suonando ogni tanto il clacson.

Il villaggio è un insieme di baracche costruite con mattoni di fango essiccato e coperte da tetti di paglia o lamiera. Quelli in lamiera sono tutti di colore azzurro.

Scendiamo dalla macchina e gruppetto di quattro-cinque persone ci viene incontro sorridente. Tra di loro spicca un uomo alto, magro e dinoccolato. Dimostra una cinquantina d’anni ed ha l’aria di essere un personaggio importante. A tracolla porta un marsupio polveroso e consunto ed una vecchia macchina fotografica.

Ci presentiamo reciprocamente e l’uomo alto risulta essere il capo del villaggio, almeno stando alle sue parole. Gli altri però non lo contraddicono. Oltre questo, afferma di essere un insegnante. Mentre si svolgono i convenevoli una piccola folla ci circonda. Le facce sono serie.

Spieghiamo alla delegazione di benvenuto che vorremmo fare un giro sul lago e ci propongono di andare con una barca di pescatori. Parte una disputa circa chi ci deve accompagnare nell’escursione, che si risolve definitivamente quando è il momento di salire sul battello. Oltre noi, a bordo ci sono il capo villaggio e l’equipaggio della barca: due ragazzi seri e muscolosi che prendono molto sul serio il loro compito. Per salire sulla barca è necessario attraversare un tratto di acqua piena di carcasse di pesci spolpati e coperta di mosche.

Di ritorno dalla gita troviamo ad attenderci Richard insieme ad un giovane magro ed una grande matrona di mezz’età. Ci propongono di andare a pranzo presso un ristorante dove ci avrebbero preparato pesce deep fried con chapati. Io e Mic ci guardiamo e decidiamo che vale la pena rischiare.

Il ristorante non è che una baracca come tutte le altre, buia e con il pavimento in terra battuta. Ci sediamo ad un tavolo dove tre persone stanno già mangiando. Una ragazza ci porge una brocca d’acqua e una piccola saponetta per lavarci le mani.

Siamo l’attrazione del giorno, per cui arrivano persone da tutto il villaggio per darci la mano e fare domande. Il capo villaggio ci scatta una foto e mi consegna un foglio con annotato il suo indirizzo, chiedendo se posso, tornato in Italia, spedirgli le foto che ho fatto.

Il cibo arriva circa mezz’ora dopo, ma il tempo passa in fretta. Viene anche abbozzata una discussione riguardante la politica italiana. Ad ognuno di noi viene servito un pesce e una ciotola con quattro dischi di chapati. Da bere ordiniamo acqua in bottiglia. Il cibo è semplice e buono. Mangiamo con le mani: le posate non esistono.

Al termine del pasto torna la ragazza con la brocca dell’acqua per consentirci di ripulire le nostre mani dai residui di pesce. Chiediamo il conto che ammonta a quattromila scellini a testa. Ne lasciamo quindicimila (anche Richard ha pranzato con noi), ringraziamo ed usciamo.

Fuori la luce, rispetto all’interno della baracca, è abbacinante e il calore proveniente da sole, alto nel cielo, è stordernte. Raggiungiamo rapidamente la macchina, che però nel frattempo si è fatta rovente. Saliamo e Richard mette l’aria condizionata al massimo. Ripartiamo tra due ali di folla che ci saluta e torniamo a Sumbawanga.

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