Archivio mensile:marzo 2013

Reportage fotografico a parole / 3


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Arriviamo a Ngongo a bordo del fuoristrada guidato da Richard, dopo avere percorso la strada sterrata, ripida e tortuosa che da Sumbawanga porta al lago Rukwa. Alle porte del villaggio ci accoglie una folla rumorosa, che occupa tutta la carreggiata. In paese c’è il mercato, e il nostro mezzo fatica a passare. Un uomo con la faccia arrabbiata batte una mano sul cofano. Richard procede come se niente fosse, a passo d’uomo e suonando ogni tanto il clacson.

Il villaggio è un insieme di baracche costruite con mattoni di fango essiccato e coperte da tetti di paglia o lamiera. Quelli in lamiera sono tutti di colore azzurro.

Scendiamo dalla macchina e gruppetto di quattro-cinque persone ci viene incontro sorridente. Tra di loro spicca un uomo alto, magro e dinoccolato. Dimostra una cinquantina d’anni ed ha l’aria di essere un personaggio importante. A tracolla porta un marsupio polveroso e consunto ed una vecchia macchina fotografica.

Ci presentiamo reciprocamente e l’uomo alto risulta essere il capo del villaggio, almeno stando alle sue parole. Gli altri però non lo contraddicono. Oltre questo, afferma di essere un insegnante. Mentre si svolgono i convenevoli una piccola folla ci circonda. Le facce sono serie.

Spieghiamo alla delegazione di benvenuto che vorremmo fare un giro sul lago e ci propongono di andare con una barca di pescatori. Parte una disputa circa chi ci deve accompagnare nell’escursione, che si risolve definitivamente quando è il momento di salire sul battello. Oltre noi, a bordo ci sono il capo villaggio e l’equipaggio della barca: due ragazzi seri e muscolosi che prendono molto sul serio il loro compito. Per salire sulla barca è necessario attraversare un tratto di acqua piena di carcasse di pesci spolpati e coperta di mosche.

Di ritorno dalla gita troviamo ad attenderci Richard insieme ad un giovane magro ed una grande matrona di mezz’età. Ci propongono di andare a pranzo presso un ristorante dove ci avrebbero preparato pesce deep fried con chapati. Io e Mic ci guardiamo e decidiamo che vale la pena rischiare.

Il ristorante non è che una baracca come tutte le altre, buia e con il pavimento in terra battuta. Ci sediamo ad un tavolo dove tre persone stanno già mangiando. Una ragazza ci porge una brocca d’acqua e una piccola saponetta per lavarci le mani.

Siamo l’attrazione del giorno, per cui arrivano persone da tutto il villaggio per darci la mano e fare domande. Il capo villaggio ci scatta una foto e mi consegna un foglio con annotato il suo indirizzo, chiedendo se posso, tornato in Italia, spedirgli le foto che ho fatto.

Il cibo arriva circa mezz’ora dopo, ma il tempo passa in fretta. Viene anche abbozzata una discussione riguardante la politica italiana. Ad ognuno di noi viene servito un pesce e una ciotola con quattro dischi di chapati. Da bere ordiniamo acqua in bottiglia. Il cibo è semplice e buono. Mangiamo con le mani: le posate non esistono.

Al termine del pasto torna la ragazza con la brocca dell’acqua per consentirci di ripulire le nostre mani dai residui di pesce. Chiediamo il conto che ammonta a quattromila scellini a testa. Ne lasciamo quindicimila (anche Richard ha pranzato con noi), ringraziamo ed usciamo.

Fuori la luce, rispetto all’interno della baracca, è abbacinante e il calore proveniente da sole, alto nel cielo, è stordernte. Raggiungiamo rapidamente la macchina, che però nel frattempo si è fatta rovente. Saliamo e Richard mette l’aria condizionata al massimo. Ripartiamo tra due ali di folla che ci saluta e torniamo a Sumbawanga.

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La lampada di Ronaldo – Parte 5a


Con parecchio ritardo rispetto ai miei “teorici” programmi, la quinta puntata. Qui la prima, la seconda, la terza e la quarta.

La lampada di Ronaldo – Parte 5a

La mattina seguente, quando si svegliò, si sentiva molto riposato e decisamente più sereno riguardo alla lampada e al suo desiderio rimanente. Sempre che ne esistesse uno, ovviamente (forse il fatto che quel giorno non doveva andare a scuola aiutava il buonumore).
Passando in rassegna gli appunti che aveva preso prima di andare a letto, concluse che l’unica cosa che poteva fare era partire dal problema più grosso: scegliere il desiderio da esprimere. Tutto il resto sarebbe venuto di conseguenza. Anzi, tutto il resto era insignificante. E, dopotutto, erano domande alle quali non sapeva proprio come rispondere.
Certo che, con tutte le cose che si potevano desiderare, sceglierne una non era per nulla facile. E se si fosse sbagliato? Non se lo sarebbe mai perdonato. Anche in questo caso, dunque, Kamal adottò un metodo basato su delle regole. Non poteva lasciare tutto in balia dei suoi sentimenti. Essi sono qualcosa di variabile: possono dipendere da come ti svegli la mattina, se c’è il sole o il cielo è coperto di nuvole.
Avrebbe annotato su un quaderno tutte le cose che gli sarebbe piaciuto fare, o avere, o vedere e, per ognuna di esse avrebbe scritto qualche riga, come piccoli ragionamenti del perché quella cosa era finita lì. Si sarebbe dato un mese di tempo: due settimane per elencare i candidati e due per eliminare via via quelli meno interessanti, fino ad arrivare ad uno soltanto. Solo allora avrebbe preso la lampada e espresso il desiderio. In quel modo era ragionevolmente sicuro di non sbagliare.
Iniziò immediatamente e le prime cose che gli vennero in mente furono, nell’ordine: che Malika si innamorasse perdutamente ed eternamente di lui; fare un viaggio in giro per il mondo, per vederne le meraviglie e conoscerne i popoli; giocare nel Real Madrid a fianco di Cristiano Ronaldo. Gli erano usciti di getto, non aveva nemmeno dovuto pensarci.
Rileggendoli però capì che erano davvero sogni molto belli, ma che tutti e tre erano incentrati su di lui. Nulla per i suoi genitori, nulla per i suoi amici. E i grandi problemi dell’umanità? Sarebbe stata capace, la lampada, di fare cessare ora e per sempre tutte le guerre? La povertà? Le ingiustizie di cui così spesso si aveva notizia dalla TV? Il riscaldamento globale? Kamal si sentì improvvisamente in colpa per il suo egoismo e iniziò ad annotare sul quaderno tutti questi pensieri.
Di fronte a questi ragionamenti gli parve ovvio, naturale, cercare di realizzare qualcosa che facesse il bene di più persone possibili. A questo punto i suoi sogni più intimi, in confronto, non erano che capricci di un ragazzino.
L’umore di Kamal divenne subito cupo e capì che il suo piano mensile crollava di fronte alle ultime considerazioni. Poi ebbe un’illuminazione: la cosa migliore che poteva fare era chiedere alla lampada di rendere felici tutti gli esseri viventi sulla terra, ognuno a suo modo. Questo avrebbe sistemato il resto, perché non c’è felicità nella guerra, non c’è nella fame, non c’è se fai parte di una specie in via di estinzione. E avrebbe sistemato anche la sua famiglia. E sé stesso: sarebbe stato felice anche lui, ovviamente.
Mentre prendeva la lampada dal baule, Kamal era eccitato e nervoso. Aveva la possibilità di fare qualcosa di grandioso. Richiuse il baule e vi appoggiò sopra la lampada. Si sedette sul letto, chiuse gli occhi, e formulò un pensiero: “vorrei che tutte le creature del mondo fossero felici, ognuna a modo suo”. Lo ripeté varie volte, poi riaprì gli occhi. Sembrava che tutto fosse come prima. Lui di certo non si sentiva più felice, inoltre c’era ancora un graffio sul fianco della lampada.
Non aveva funzionato.
Riprovò la procedura altre tre volte, sempre con lo stesso non-risultato.
Cercò di calmarsi e di ragionare su quello che era appena accaduto. Da un lato si sentiva immensamente sollevato, perché o la lampada non funzionava affatto oppure poteva esaudire solamente desideri “piccoli”. Ciò significava non avere sulle spalle la spaventosa responsabilità delle sorti della Terra, e magari di prendere la decisione sbagliata.
Dall’altro però ne era anche rattristato: sarebbe stato bello se tutti i problemi che affliggevano il suo meraviglioso pianeta potessero essere risolti in un attimo, grazie alla lampada.
La conclusione, comunque, era che poteva tornare al piano originario, e dunque iniziò ad eliminare ad uno ad uno quelli che aveva ribattezzato i “grandi desideri”, per concentrarsi di nuovo su quelli “piccoli”.

Settimana 43 – Cannibale / Giustizia


Ispirato ad una storia vera.

Dall’inferno e ritorno

Gli daranno altri due ergastoli. Sicuro. Come se facesse differenza. Uno o tre, comunque creperà in quella cella. E io spero succeda presto.
L’indagine è una formalità: ho due corpi con il cranio fracassato, un bilanciere sporco di sangue e cervello, la confessione di Scarver.
Sapete come si chiama questa? Giustizia Divina, si chiama. Finalmente il cannibale di Milwaukee è tornato all’inferno.

Qui la raccolta di tutti i racconti.

Reportage fotografico a parole / 2


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Istanbul, nei pressi di Sultanahmet, primi giorni dell’anno. L’aria è fredda ma il sole scalda. C’è un notevole viavai sia di turisti che di gente del posto. La coda per entrare a Hagia Sofia è notevole e si vede da qui.

Arriva un uomo di mezz’età, nella mano destra stringe il manico di una valigia. La appoggia in terra, la apre e ne estrae due oggetti metallici e non bene identificabili. Mentre li apre capisco che sono un tavolino da pic-nic e la sedia coordinata. Tira fuori dal fondo della valigia una custodia in pelle, la apre e sfila una piccola macchina da scrivere. La appoggia sul tavolino, che appare malfermo. L’uomo porta un cappotto blu scuro e pantaloni grigi.

Ripone la custodia in pelle dentro la valigia, chiude quest ultima, e sistema la sistema alla sinistra del tavolino. Si siede e appoggia le mani sul piano metallico. Inizia a guardarsi attorno.

Dalla mia sinistra, dopo avere attraversato Divan Yolu, arriva un altro uomo, più giovane e vestito in maniera più sportiva: giubbotto nero e jeans. Si avvicina al vecchio, che si gira verso di lui, e gli porge un plico avvolto in una busta di colore marrone, stropicciata. I due iniziano a parlare, colgo il suono delle loro parole ma non il significato.

Il vecchio sfila il plico dalla busta e appoggia il tutto davanti alla macchina da scrivere. Apre la valigia, prende due fogli di carta e uno di copiativa, li sovrappone allineandoli accuratamente, poi li infila nella macchina da scrivere. Comincia a battere sui tasti, guardando alternativamente quello che scrive e i fogli portati dal giovane. Ogni tanto si interrompe e i due scambiano qualche parola.

Al termine del lavoro, lo scribano rimette il plico nella busta, sfila i fogli dalla macchina da scrivere e consegna il tutto al giovane. Questi gli allunga una banconota, lo saluta con un sorriso, si gira e se ne va nella stessa direzione da dove è venuto. Sparisce nella folla che cammina sul marciapiede.

Il vecchio torna a osservare quello che accade lì attorno. Io vado a fare colazione.

Reportage fotografico a parole


Leggendo un altro blog ho sentito parlare di questo concetto di “reportage fotografico a parole” (per correttezza ecco il collegamento per avere più informazioni). Mi è venuta questa idea: una foto, un racconto breve, il più possibile descrittivo e oggettivo.

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Arriviamo sulla sponda del fiume Malagarasi, nei pressi del villaggio di Ilagala. C’è caldo ed è molto umido; ha da poco smesso di piovere. L’aria è densa di odori tropicali e dei gas di scarico dei veicoli che stanno salendo sulla chiatta, che è l’unico collegamento con l’altra sponda del fiume. Le sue acque sono profonde e colore del cioccolato, abitate da coccodrilli.

Siamo in quattro, più il ranger che guida il fuoristrada della TANAPA: è lui che ci sta portando al Mahale. Paghiamo ed il bigliettaio consegna ad ognuno di noi un piccolo pezzetto rettangolare di carta bianca, poi si gira verso il ranger e i due iniziano a discutere animatamente. Il nostro accompagnatore non vuole sborsare nemmeno uno scellino, essendo un pubblico ufficiale. Risolviamo la disputa pagando noi per lui; la cifra è comunque irrisoria.

Noi quattro saliamo sulla chiatta a piedi, poi osserviamo le operazioni per tirare a bordo il Toyota. Vengono usati grossi tronchi, tagliati per il lungo, per formare un piano di collegamento tra la sponda fangosa del fiume e il ponte metallico della chiatta.

Il manovratore aumenta i giri del motore ed inizia la traversata: saranno cento metri. La velocità del battello è molto bassa. Qualche passeggero ne approfitta per tirare fuori una banana da un sacchetto, oppure è un panino, o un samosa. Nessuno di noi parla: siamo tutti intenti ad osservare quello che ci succede attorno. Solo Malcolm parla, ma lo fa al telefono: è una faccenda di lavoro.

Dopo cinque minuti di traversata arriviamo sull’altra sponda, dove alcuni uomini muscolosi già cominciano a manovrare i loro tronchi. Per primi scendono i passeggeri a piedi, noi inclusi. Alcuni portano a mano una bicicletta. Poi è il turno di un autobus, e io non ho idea di come sia potuto finire lì. In qualche modo, con grande perizia, il grosso veicolo viene scaricato. Infine il nostro fuoristrada.

Con una rapidità sorprendente la folla si disperde: ognuno riprende il suo viaggio, momentaneamente rallentato dal fiume. Anche noi, una volta saliti di nuovo sul nostro mezzo, ci rimettiamo in strada per Mwiga, sul lago Tanganyika, dove una barca ci aspetta.

Facce di Tanzania


La Tanzania è un paese molto grande, del quale il turismo di massa tocca però solo alcune parti, e cioè il nord con i suoi parchi e Zanzibar con le sue spiagge.

Il resto del territorio è relativamente “sconosciuto” ai più, soprattutto per le grandi distanze da percorrere con trasporti non sempre agevoli.

Due anni fa ho visitato l’ovest, la parte della nazione che si affaccia sul grande lago Tanganika, ed ho trovato sulla strada gente davvero amichevole, sorridente e sempre disponibile a fare due chiacchiere.

Le foto che inserisco in questo post sono la parziale testimonianza di quegli incontri.

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La lampada di Ronaldo – Parte 4a


Una cosa: questo racconto, per questioni di tempo, è poco o nulla “revisionato” prima della pubblicazione. Giusto una riletta veloce. Quindi mi scuso per eventuali errori.

Ho deciso che la pubblicazione avverrà ad una cadenza di 4 giorni, così avrò eventualmente modo di pubblicare qualcosa di altro a metà, tipo post fotografici. Sono meno “faticosi” e mi danno sempre soddisfazione.

Le puntate precedenti: prima, seconda e terza.

La lampada di Ronaldo – Parte 4a

Durante la giornata seppe poi che il bullo fu accompagnato a scuola da due poliziotti che stavano passando di lì e che ascoltarono la versione dei fatti dei passanti che l’avevano soccorso. Venne sospeso anche se l’incidente era avvenuto al di fuori del perimetro della scuola. In effetti era un soggetto turbolento non nuovo a questo genere di azioni. A Kamal un po dispiacque, poi però la cosa gli passò di mente.
Quando più tardi tornò a casa, si sentiva leggero, probabilmente non avrebbe più dovuto sopportare il peso fastidioso di essere preso di mira da atti di nonnismo. Salì in camera – i genitori erano al lavoro e sarebbero tornati all’imbrunire – appoggiò i libri sul tavolino ed estrasse la lampada per controllare che non fosse rimasta danneggiata dal volo che aveva fatto.
Notò con dispiacere che aveva riportato una piccola ammaccatura sul fianco. Fortunatamente era sul lato dove c’erano i due segni, e non sul quello dello stemma del Real. Due segni? Ora ne notava uno solo. Come era possibile? Dall’ultima volta, dopo la partita, non aveva più pulito la lampada. Ed era assolutamente certo che fossero due, i graffi.
Improvvisamente gli venne in mente un cartone della Disney che aveva visto quando era bambino – Aladdin – la lampada e il suo genio. Gli si accapponò la pelle, in un misto di emozioni difficilmente definibili. L’idea lo spaventava ma era anche attraente in maniera formidabile. Poteva essere qualcosa di enorme, più grande di lui, e Kamal si sentiva inadeguato ad affrontare quella novità. Inoltre poteva essere tutto frutto della sua mente fantasiosa. Dopotutto Aladdin era solo un film di animazione e mai si era sentito, nel mondo reale, di lampade che esaudissero i desideri. Era terrorizzato dall’idea di rimanere deluso da aspettative che magari non erano altro che un suo viaggio, come spesso gli era già capitato.
Ad esempio con Malika, la sua compagna di classe. Malika era una ragazza molto bella, dagli occhi neri come il fondo di un pozzo e con una forma vagamente orientaleggiante. Una pelle chiara che contrastava con il colore scuro dei suoi capelli, lunghi fino alla schiena. Parlava poco, e quando diceva qualcosa, questo non era mai banale. Riservata, o forse timida, aveva poche amiche e stava spesso da sola a leggere i suoi libri. I libri… anche lei adorava leggere.
Una volta era successo che Malika, di sua iniziativa ché mai Kamal avrebbe avuto il coraggio di rivolgere la parola ad un essere tanto meraviglioso quanto misterioso, gli chiese cosa stava leggendo. Lui rispose impacciato, arrossendo per l’emozione e la vergogna di essere così imbranato. Poi però la conversazione divenne fluida e il tempo si fermò. Quella volta Kamal si convinse di piacerle, e prima di salutarla le chiese se la domenica successiva sarebbe andata con lui al Cyber Park per una passeggiata. Lei rifiutò, con molta gentilezza certo, e lo motivò col fatto che ci sarebbe andata col suo fidanzato. Kamal avrebbe voluto volatilizzarsi all’istante, sparire in una voragine dalla quale nessuno avrebbe mai più potuto estrarlo. Invece andò a casa maledicendo la sua indole da sognatore, ché era talmente ovvio che ad una così non sarebbe mai potuto piacere uno come lui.
Ecco, ora aveva il timore di patire una delusione simile, quindi cercò con tutte le sue forze di affrontare la questione con ogni grammo della razionalità che il suo cervello poteva ancora contenere, in maniera scientifica.
Punto primo: in che modo avrebbe potuto scoprire se veramente quella lampada era in grado di esaudire desideri? Se le sue ipotesi erano vere, ne avanzava uno solo e non poteva permettersi errori. Punto secondo: in che modo la lampada si attivava? Esisteva una forma secondo la quale andavano espressi i desideri. Doveva individuare i motivi di similitudine tra quanto era accaduto durante la partita e quanto invece col bullo. Punto terzo: doveva assolutamente evitare, prima di essere riuscito a capirci qualcosa di più, di esprimere un altro desiderio, per lo meno in presenza della lampada. Ecco questo portava a considerare un quarto punto: a che distanza massima la lampada si poteva attivare? Ad esempio, se lui era a scuola e la lampada a casa nel baule, avrebbe funzionato?
Kamal pensò che gli stesse per scoppiare la testa, c’erano già troppi quesiti a cui rispondere prima di poter eventualmente passare a quello più importante: quale desiderio esprimere?
Cenò velocemente con gli avanzi, si lavò, poi si infilò a letto prima che i suoi rincasassero. Sperava che la notte, ma soprattutto una bella dormita, gli portassero consiglio.