L’imboscata


Ho scritto questo racconto la scorsa estate. Nella mia intenzione doveva essere l’inizio di qualcosa di più lungo. Lo è ancora, solo che per motivi di pigrizia ma anche di tempo che manca, non procedo come vorrei. Per meglio dire non procedo proprio. Per cui intanto pubblico questo estratto.

L’imboscata

I

Dentro agli aeroporti, soprattutto quelli grandi come questo, mi ero sempre sentito al sicuro. Un’anonima presenza in mezzo ad una babele di lingue e sfumature della pelle.
Così potevo mettere in pausa il cervello, tanto nessuno mi conosceva, riuscendo a far bovinamente trascorrere le ore semplicemente guardando la gente passare.
Non avevo voglia nemmeno di leggere, io che di solito divoravo pagine su pagine non appena avevo un attimo di tempo libero.
Lo Schiphol ormai lo conoscevo, ed ero quindi in grado di raggiungerne gli angoli più remoti, là dove magari trovavi anche posto su una delle poltrone reclinabili relax.
Per un po’ di tempo non sarei più passato di lì. Stavo partendo dall’Italia per il mio viaggio definitivo, quello che mi avrebbe portato a vivere a Dar Es Salaam per il prossimo futuro. L’unico futuro su cui potessi fare un minimo di previsioni.
Mia madre Carla si era già sistemata da un paio di settimane in un appartamento a Msasani, nella zona dei consolati, non lontano dallo Yacht Club.
Condivideva l’alloggio con Anna, mia ex compagna di corso a biologia, unica amica femmina con la quale non avessi rovinato tutto cercando di farmela.
Lei abitava laggiù da qualche anno, facendo ricerche sulla fauna locale – leoni ed elefanti per lo più – e si era spostata in città solo ultimamente, in seguito ad una (teorica) promozione.
Diceva che era diventata troppo vecchia per spendere le sue giornate seguendo le bestie, ed era giunto il momento di riunirsi ai suoi simili con l’obiettivo, magari, di trovarsi un fidanzato e – perché no – moltiplicarsi.
In realtà non aveva ancora compiuto i quaranta e la vita nella savana l’aveva mantenuta in una forma splendida, di certo migliore della mia. L’homo sapiens sapiens è un animale sociale, ed il problema di quel tipo di attività è che ti isoli in un posto che sembra il paradiso dell’eden, dove però la presenza umana è limitata per legge: i parchi nazionali.
Mia mamma, invece, aveva vissuto più o meno felicemente a Modena fino a circa due settimane prima. Era in pensione da pochi anni, ed ero riuscito a convincerla a seguirmi in questo trasloco in blocco delle nostre vite.
A dire il vero, fino a quel giorno in cui mi imbarcai sul volo KLM che da Bologna portava, via Amsterdam, sulle coste orientali dell’Africa equatoriale, avevo fatto, per così dire, il pendolare tra quelle terre e la mia città natale. Modena, appunto.
Il mio lavoro consisteva nell’organizzare viaggi in varie parti del continente. Cercavo di proporre esperienze un po’ diverse da quelle offerte sui cataloghi patinati dei tour operator, una sorta di turismo consapevole. Era così lo chiamavano.
Il fatto che i costi, per quanto io cercassi di contenerli, fossero comunque inadatti per tutte le tasche, aveva però determinato il verificarsi di due fastidiosi fenomeni.
Il primo e meno preoccupante, un discorso che riguardava sostanzialmente l’estetica, era che i partecipanti raramente erano sotto i quaranta.
Dio, a me un po’ dispiaceva, soprattutto per via del fatto che la mia fervida immaginazione, e il mio ego di dimensioni generose, mi avevano sempre collocato alla guida di branchi di turiste venticinquenni che avrebbero lottato con le unghie per passare la notte con me.
Ma la cosa più grave, in realtà, era che la penuria di clientela mi obbligava a fare i conti con un tenore di vita non troppo distante dalla soglia di povertà.
Ma non fu tanto questo a convincermi di cambiare aria, o non solo, quanto piuttosto un essere letale e incantevole come un leopardo delle nevi, tale Alessia da San Felice Sul Panaro.

II

L’avevo conosciuta durante una delle serate fotografiche che ogni tanto facevo in qualche circolo per arrotondare le mie esili entrate.
Sembrava progettata per farmi perdere la testa, un cyborg inviato dal futuro per mandarmi in pappa il cervello. Al contrario della saga di Terminator, purtroppo, Alessia completò la sua missione con grande successo e in tempi brevissimi.
Cosa ci facesse lì, un martedì gelido e insolitamente secco di fine febbraio, nella sala A della Polisportiva San Carlo, è tuttora un mistero che parrebbe confermare la sua natura sovrumana.
Dopo la proiezione, come consueto, andavo a bermi una birra con gli amici che, con grande compassione, mi seguivano sempre, fosse cascato il mondo. Per educazione invitavo anche i tre-quattro sconosciuti che non se l’erano ancora filata.
Quella sera, Alessia e la sua amica Simona si unirono a me, Edo e Fabbri. Andammo dal Lurido, che a memoria d’uomo non aveva mai osservato un giorno di riposo, costituendo pertanto il rifugio ideale per gli ubriaconi della città e zone limitrofe.
Ce n’era uno, in particolare, che, per quanto ne sapevo, poteva vivere lì dentro da cento anni: occupava sempre lo stesso tavolino vicino al bancone e aveva sempre la stessa espressione di chi aveva visto troppe cose. E soprattutto bevuto troppe grappe. Gino.
Alessia non era “oggettivamente bella”, e questa era la sua arma più affilata. Già pochi minuti dopo che ci eravamo seduti avevo infatti la certezza che fosse mia, che lei pendesse dalla mie labbra. Invece era un’imboscata, e io c’ero cascato in pieno. D’altro canto la mia tattica era parecchio arrugginita.
Occhi neri e umidi come il fondo di un pozzo. Dolci come l’odore dell’acqua nel deserto. Non tanto alta, forme morbide, una decina di anni in meno di me. Non faceva girare la gente per la strada, ma per prendermi all’amo le era bastato il primo strattone.
C’era una chimica esplosiva, una combinazione di elementi che, a contatto, prendono fuoco. Era come se lei emanasse un vapore caldo, una pozione magica all’aroma di frutta matura che ottundeva la ragione. Un dolce, dolcissimo incubo dal quale non volevo svegliarmi. Vivevo quella vicenda come un sedicenne in calore.
La cosa però finì male, e cioè con l’espianto del mio cuore (credo lo conservi ancora dentro ad un barattolo), sostituito senza anestesia alcuna con un oggetto pesante e doloroso. Molto banalmente lei non avrebbe lasciato il fidanzato e io dovevo farmene una ragione.
Decisi di condividere con gli amici la mia esperienza mistica fatta di tempeste ormonali e istinti di autodistruzione. Edo e Fabbri affrontarono la mia disperazione come la notizia di dover andare in guerra.
Però dissimularono bene l’orrore, e grazie a loro e al tempo che passava, piano piano miglioravo. Un paio di viaggi di “lavoro” in rapida successione mi permisero anche di cambiare per un po’ orizzonte, di pensare ad altro. Il problema è che continuavo a vederla in giro e questo non rendeva la cosa di certo più facile.
Due o tre mesi dopo potevo considerarmi abbastanza guarito, anche se il mio stato era paragonabile a quello di uno appena uscito dal coma: uno straccio.
Esterno giorno. C’è questo tizio uscito dal coma, appena dimesso dall’ospedale. È pallido, magro, e ha i capelli lunghi e unti. Mentre attraversa la strada camminando a fatica sulle strisce pedonali, un TIR lo centra.
Un TIR con una grande scritta pubblicitaria sul cassone: Alessia è incinta.
Decisi che era ora di emigrare.

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