Da grande volevo fare l’astronauta


Il titolo di questo post sembra una di quelle frasi che escono dall’infanzia di tutti noi maschi. In parte è vero, ma in parte io vorrei veramente ancora fare l’astronauta.

Voglio dire… la laurea scientifica ce l’ho, la passione per l’astronomia anche, sono di sana e robusta costituzione. Purtroppo alla NASA prendono in addestramento solo cittadini statunitensi, mentre all’ESA (l’Ente Spaziale Europeo), che io sappia, non hanno più fatto selezioni dopo il 2008.

Quindi per consolarmi in un momento di sconforto astronautico, la scorsa estate ho scritto un racconto a tema. Ne ho scritte due versioni: una corta e una lunga, e quella che propongo di seguito è la prima (non voglio abusare della pazienza dei lettori di questo blog).

La speranza è l’ultima a morire

È il viaggio che ho sempre sognato fare. Mi è costato un botto, però.
Camilla se n’è andata, appena l’ha saputo. Mi manca, Camilla. Era la mia fidanzata e non ha tutti i torti. Ma del resto mica potevo portarla con me.
Ho perso quasi tutti gli amici. Tutti rende meglio l’idea, ad essere onesti. Gli amici li devi frequentare. Farti sentire, ogni tanto.
Mia nonna è morta durante l’addestramento e non ho potuto partecipare al funerale. E mia madre non mi perdonerà mai, per questo.
Già, i miei. Loro mi sono rimasti vicino. Sapete, sono il loro unico figlio.
Niente alcol, poco sesso per lo più fiacco e senza amore. Divertimento non pervenuto. Infinite giornate sempre uguali e opprimenti come quelle di uno schiavo che innalza piramidi.
Però ora sono qui. Dario B., vicecomandante responsabile dell’infrastruttura software della navicella ESA chiamata Esperanza, in partenza da Kourou, Guiana Francese, verso il Pianeta Rosso. Programma ExoMars-2.
Sono un uomo fortunato.
Fra circa otto mesi passeggerò sulla superficie polverosa di Marte, quarto pianeta roccioso del Sistema Solare, l’ultimo prima della fascia di asteroidi e dei giganti gassosi.
Potrò ammirare le profondità delle Valles Marineris dal bordo dell’abisso con lo stesso stupore che i primi pionieri provarono guardando il fiume Colorado giù in fondo al Gran Canyon. Vedrò un sole dimezzato tramontare dietro il più grande vulcano attivo del Sistema Solare, il Monte Olimpo.
Dunque… sono le ore 5.04 del 7 gennaio 2026, ora locale, e questo è il mio diario di viaggio, archiviato presso i server dell’ESA (siamo tecnologici noi astronauti).
La checklist di bordo sta per essere completata, tutto è a posto e i motori già trasmettono la loro tremenda potenza attraverso un rombo sordo. Le vibrazioni sono in aumento.
Si parte.
Ne è valsa la pena.

Palazzo Altiero Spinelli, sede di Bruxelles del Parlamento Europeo. Ore 14.03 del 7 gennaio 2026, ora locale.
François Di Bello, Presidente del Consiglio europeo, parla all’assemblea.
“La navicella Esperanza ha perso i contatti con il Centro Spaziale della Guyana Francese alle ore 5.16 ora locale, le 9.16 qui a Bruxelles, ed è successivamente precipitata nell’Oceano Atlantico per una perdita di potenza del vettore che la trasportava. Una missione di recupero è già partita dal porto di Kourou alla volta della zona dell’impatto, ma si ritiene che non ci siano superstiti.”
Pausa.
Silenzio in aula, nessuno fiata.
“È un giorno triste per l’Europa e per il mondo intero.
Oggi piangiamo sei nostri concittadini che hanno dato la vita per la scienza, per l’esplorazione del Sistema Solare. Ma questo incidente non fermerà il nostro progetto. Andremo avanti con ancora maggiore determinazione affinché questi sei eroi non siano morti invano.
Grazie dell’attenzione.”

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3 pensieri su “Da grande volevo fare l’astronauta

      1. Hope

        Mentre leggevo le tue parole non ho potuto fare a meno di pensare a questa canzone – anche a me piace molto. Grazie a te per i tuoi racconti!

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