Le topaie d’Etiopia


Nella primavera del 2010, con Pietro e Micol, ho fatto un viaggio in Etiopia. Il paese è enorme, per cui abbiamo scelto un percorso a sud, in modo da toccare sia alcune zone naturalistiche interessanti, sia la valle dell’Omo, nella quale diverse tribù vivono ancora alla maniera tradizionale, e cioè in villaggi fatti di capanne.

Il viaggio è stato bellissimo e molto vario, ma non è questo che volevo raccontare, quanto invece un aspetto divertente: le topaie nelle quali abbiamo mangiato e dormito. Intendiamoci, non siamo stati solo in topaie, ma siccome la zona visitata è mediamente poco turistica, ci siamo dovuti adattare.

La prima topaia dove dormiamo è a Dodola, un paese fangoso, pieno di operai cinesi e mignotte locali. Leggendo sulle nostre varie guide scegliamo l’hotel più recente. Non sapremo mai se avremmo potuto trovare di meglio, ma in ogni caso nella mia stanza trovo una cartina di preservativo sul letto. Esco, cerco qualcuno per protestare e trovo il guardiano del piano che si intrattiene con una mignotta. Lo interrompo nella fase del corteggiamento (d’altronde il sesso senza il gusto della conquista non ha lo stesso sapore) e mi faccio cambiare la camera. L’aspetto è ugualmente squallido, ma almeno non ci sono residui di precedenti incontri galanti. Oddio, alcune macchie sulla coperta sono estremamente sospette, ma avendo lasciato a casa il luminol non posso verificarlo con certezza. Le lenzuola odorano di detersivo e l’acqua della doccia è calda (sebbene lo scaldabagno emetta suoni sinistri che sembrano essere il preludio ad una sua imminente esplosione), e me lo faccio bastare. Nelle loro camere Pietro e Micol optano per il sacco a pelo sopra le coperte, avendo rilevato macchie simili alle mie.

Dodoloa (Etiopia) - Camera dell'albergo

Dopo esserci lavati usciamo per mangiare qualcosa e il nostro driver ci porta in quello che sembra l’unico ehm… ristorante (questa è pura blasfemia). Nella sala principale 5 o 6 professioniste sperano che a me e/o Pietro venga voglia di compagnia per la notte. Se solo ti azzardi a guardarle cominciano a passarsi minacciosamente la lingua sulle labbra, e io sono timido, si sa. Io e Mic, tutto sommato, ci divertiamo: siamo in vacanza in un posto strano, quindi va bene così. Pietro è più inquieto, ma un paio di birre St. George sciolgono anche lui. Il cibo non è male, piccantissimo come da tradizione locale.

Il giorno successivo partiamo di buon’ora alla volta di Dinsho, e alla luce del giorno quello che sembrava un posto di merda si rivela degno della mia personale idea di inferno: fango, detriti, edifici squallidi e scalcinati, terreno sventrato dalle ruspe, assenza totale di posti dove fare colazione (tutti sanno che io – ma anche Mic – alla mattina non connetto finché non ho fatto una buona colazione).

A Dinsho decidiamo di alloggiare presso la guest house gestita dall’ente dei parchi nazionali. Costa poco ed è in una posizione panoramica che domina dall’alto la polverosa cittadina nella valle. Un ranger ci mostra le varie camere disponibili, e noi ne scegliamo una la cui porta si chiuda e dove i letti possano accogliere corpi di lunghezza superiore al metro e settanta. All’interno c’è solo un letto matrimoniale, per cui chiediamo di portarne un altro per me. Nell’altro, ad una attenta ispezione del materasso, risulta risiedere una colonia di cimici. Pietro e Mic non si perdono d’animo ed attuano un’operazione di bonifica. Dinsho è a 1600 m slm, per cui di notte fa freddo, ma per fortuna abbiamo una stufa a legna. Il problema è che non tira. Io, che per queste cose sono forse un po’ paranoico, prima di addormentarmi medito. Faccio in modo che la morte per asfissia non mi colga impreparato: saluto mentalmente i miei cari e la vita in genere, e quando il sonno arriva sono in pace con me stesso.

Dinsho (Etiopia) - Camera al Dinsho Lodge

Contro ogni pronostico alla mattina mi accorgo di essere ancora su questo mondo: bisogni fisiologici molto terreni mi inducono a cercare un bagno. Il primo tentativo va malissimo: nel lavandino di quello che c’è appena fuori dalla nostra porta, sulla superficie di un brodo primordiale (acqua e vomito), galleggiano quelli che sembrano essere degli stronzi. Che bello iniziare così la giornata! Non indago ulteriormente, reprimo un conato e mi dirigo verso la latrina che sta ad una cinquantina di metri dall’edificio principale. All’interno pare essersi verificata un’esplosione di una bomba di merda: schizzi ovunque e aromi proporzionali al paesaggio. Ne ho abbastanza: siamo nel mezzo di un bosco e, come gli antichi, mi trovo un posticino appartato sotto ad un pino. Cacche di animali vari certificano la bontà della mia scelta. Nota di colore: durante la preparazione della nostra cena nella pentola a pressione, e mentre io la osservo, il driver decide di aprirla per effettuarne un’ispezione, scatenando un’eruzione di acqua bollente verso la mia faccia. Io sono anche un po’ vanitoso, quindi temo subito di essere rimasto sfigurato dall’incidente, mentre fortunatamente me la cavo con qualche leggero arrossamento.

Passiamo al Dinsho Lodge due notti poi ci mettiamo in viaggio verso Goba, la porta di ingresso al Bale Mountain NP. Qui troviamo finalmente un alloggio decente, che desidero condividere per le sue atmosfere vintage: l’hotel Wabe Shebelle. Un tempo struttura di lusso, è stato lasciato andare in decadimento, ma offre ancora stanze con le pareti ricoperte di legno e un bar fornito di liquori stranieri. La scena esilarante avviene alla reception. Vogliamo, come al solito, provare a dormire tutti insieme, ma il ragazzo dice che non ha stanze triple a disposizione. Insistiamo e, dopo avere meditato a lungo, afferma che l’unica possibilità è la suite presidenziale. Ma che costa un botto. Probabilmente l’arrivare da 4 giorni di pioggia e topaie ha avuto effetti devastanti sul nostro aspetto. Chiediamo quanto costa: 50 dollari. A testa? No, in tutto. La stanza è nostra.

Goba (Etiopia) - Hotel Wabe Shebelle

Oltre ad una spaziosa camera da letto, la suite ha anche un salottino che usiamo prontamente come discarica degli scarponi e dei nostri indumenti umidi e impregnati di sudore (si riconosce il mio inseparabile maglione arancione).

Goba (Etiopia) - Hotel Wabe Shebelle

Alla sera, al bar, abbiamo l’occasione di sbronzarci prima di andare a letto (sempre circa verso le 20.30, noi siamo viaggiatori molto mondani). Non manchiamo di approfittarne.

Andiamo avanti nella cronologia del viaggio di qualche giorno. Siamo ora in una zona totalmente diversa: arida e pianeggiante. Ed è qui, precisamente a Negele Borena (sede di un importante mercato domenicale di compra-vendita di cammelli), che la topaia più topaia dell’intero viaggio si materializza. Ma prima di descrivere questo paradiso del villeggiante, lasciatemi parlare del “ristorante” nel quale facciamo sosta per pranzo. Dopo ore di viaggio in mezzo ad un paesaggio semi-brullo frequentato da cammelli allo stato brado che ti attraversano la strada come a volersi suicidare, decidiamo di fermarci in un villaggio polveroso per mettere qualcosa sotto i denti. Scegliamo il posto che sembra più promettente: questo, sopra l’ingresso, ha anche un tendone che protegge dal sole. Entriamo e tre ceffi dall’aspetto inquietante ci guardano torvi. Ci sediamo e immediatamente la cameriera ci chiede cosa desideriamo mangiare. Tra tutte le pietanze che la ragazza elenca, solo una è disponibile. Ordiniamo quella, per tre: io, Micol, e il nostro driver. Pietro, per protesta contro tutte le topaie del mondo, decide di saltare il pasto. Da bere prendiamo Coca Cola. Dopo un’attesa onestamente eterna decido di andare in cucina a vedere che succede. Scosto la tenda che la divide dalla sala e ci trovo una capra, intenta a rovistare nelle pentole sporche. Torno al mio posto e aspetto un po’ meno sereno di prima che il cibo arrivi. Alla fine è anche buono, tant’è che pure Pietro decide di fare la scarpetta utilizzando la bella pagnotta che ci portano. Ma torniamo all’albergo. È una sorta di motel frequentato da viaggiatori e mignotte (già, anche qui… ci perseguitano). Le camere sono scrostate e sporche, il bagno non ha l’acqua e, quando il tizio mi porta in camera, controlla prima di lasciarmi che nell’armadio non ci siano topi. Per allietare il nostro sonno battaglioni di enormi zanzare sorvolano il letto, che è lungo non più di un metro e ottanta.

Negele Borena (Etiopia) - Stanza d'albergo

Ad una parete è attaccato il regolamento dell’albergo, che in un inglese naif elenca una serie regole, per lo più incomprensibili. La più simpatica dice che non sono accettate donne, eccetto le mogli provviste della documentazione che ne dia prova. Inutile dire che siamo costretti a dormire separati.

Negele Borena (Etiopia) - Regolamento dell'albergo

La cena è degna dell’alloggio: un posto squallido che ci serve, dopo anni di attesa, spaghetti cotti nel secolo scorso. Il nostro driver ci aveva consigliato un altro posto, ma noi, fidandoci della guida, abbiamo insistito per andare altrove. Ce ne pentiamo amaramente. Pietro entra in una cupa depressione da topaia, già provato dall’eccesso di lusso dell’albergo: non pronuncia più una parola fino alla mattina.

Le topaie sono finite, ma c’è un altro paio di episodi simpatici che vorrei raccontare. Uno avviene nei pressi di Karat-Konso, in un villaggio fortificato sulla cima di una collina, tipico della zona. Andiamo a visitarlo e i suoi abitanti, come gesto di accoglienza, ci offrono la loro birra fatta in casa. Ora, a me piace assaggiare i prodotti della cucina locale, ma onestamente parlando l’aspetto di quella bevanda era assolutamente osceno. Fate conto di mescolare alla meglio yoghurt e acqua in modo da ottenere un liquido grigiastro e leggermente schiumoso, poi aggiungete del pepe. Ora versatelo in un recipiente di plastica unto, rubato dall’officina di un meccanico. Ecco. Onde evitare l’assaggio io e Pietro adduciamo scuse improbabili, mentre Micol, stoicamente, avvicina titubante il recipiente alle labbra e ne sugge un sorso timido. La sua espressione non lascia alcun dubbio sull’avventatezza della sua scelta.

Qualche giorno più tardi, siccome nulla le succede a livello gastro-intestinale, decide che è giunto il momento di mettere ancora alla prova il suo sistema immunitario. Siamo nella valle dell’Omo, ospiti di un villaggio di capanne fatte di fango e paglia. Una donna ci invita a prendere il caffè a casa sua. La capanna sarà alta non più di 2 metri e mezzo e con un diametro di 2 metri ma, malgrado questo, all’interno è organizzata su due piani. Al piano terra la cucina e la sala da pranzo (niente sedie, si sta seduti in terra su stuoie di paglia); al piano di sopra i letti. Pietro rimane fuori, io e Mic entriamo. La ragazza inizia a preparare il caffè, ed io capisco che non potrò assaggiarla se non vorrò rischiare un attacco di dissenteria. Di nuovo invento qualche scusa non credibile per declinare l’offerta. Micol invece ne beve un po’ da una tazza comunitaria ricavata da una zucca, sperando di nuovo che gli dei della flora batterica intestinale siano clementi.

Alla fine le topaie d’Etiopia hanno reso il viaggio ancora più avventuroso e interessante, e non hanno provocato danni alla nostra salute. Ricordo con immutato affetto quei luoghi, che in fondo ci hanno arricchito e fatto ridere delle nostre fisime da uomo civilizzato.

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