Mamba nero


Era il 2005 e io stavo trascorrendo tre mesi in Tanzania “alla pari”. Il mio compito era di fare l’assistente al mio amico Pietro nella gestione di Mdonya (Ruaha NP, Tanzania), il campo presso il quale lui era manager. In quanto assistente mi occupavo prevalentemente dell’accoglienza dei clienti, mentre lui, dietro le quinte, si occupava degli aspetti organizzativi. Tutto ciò durante l’alta stagione, cioè la “nostra” estate. Dico nostra perché nell’emisfero sud, teoricamente, quello sarebbe l’inverno. In Tanzania, però, si parla più spesso di stagione secca e di stagione delle piogge.

Comunque, successe che ci furono alcune segnalazioni, da parte dello staff locale, di avvistamento di un grosso serpente, nella fattispecie un mamba nero. A quanto pareva si era trovato una tana all’interno del campo.

Il mamba nero è un serpente velenosissimo (detto “sette passi” per la velocità con cui il suo veleno ti ammazza) e, con buona approssimazione, se ti morde mentre sei a tre ore di macchina dall’ospedale più vicino, beh… sei fottuto. L’antidoto per il suo veleno non dà nessuna garanzia di efficacia ed inoltre va conservato in frigorifero ma ha una durata lo stesso molto breve. In un campo senza praticamente elettricità sarebbe stato uno spreco inutile tenerne alcune fiale.

Gli incontri col serpente si facevano ormai giornalieri, per cui decidemmo che era venuto il momento di ucciderlo. Povera bestia, non aveva nessuna colpa, gli intrusi eravamo noi. Purtroppo per lui (o lei?), si trovava nel posto sbagliato nel momento sbagliato.

Mdonya è un campo turistico tendato che ha molto rispetto dell’ambiente in cui si trova, per cui l’operazione di eliminazione del mamba era qualcosa che non piaceva a nessuno. Ma che andava fatta. Tra l’altro è una specie di serpente che raggiunge i 3 metri di lunghezza, per cui sapevamo che non sarebbe stato facile. Non potevamo avvicinarci troppo e, non avendo a disposizione che armi da taglio (nella fattispecie il machete locale, detto panga), non sapevamo come fare.

Il gruppo di "cacciatori" esibisce il trofeo

Pietro ebbe l’idea di collegare all’estremità di un palo metallico, lungo 5 metri, la lama del panga. Fece fare al carpentiere i lavori di saldatura e l’arma era pronta. Il problema era la flessibilità naturale del palo, che conferiva all’oggetto una scarsa precisione nell’infliggere colpi. In ogni caso escogitammo il piano: io ed altri tre avremmo dovuto distrarre il rettile mentre Pietro avrebbe dovuto decapitarlo con la sua arma. Eravamo pronti e non ci restava che aspettare che il serpente si rifacesse vivo.

Accadde una sera, dopo il tramonto. Un cameriere ci venne ad avvertire che il mamba era esattamente nel mezzo dell’area comune del campo, intento a ingoiare uno scoiattolo. Il momento era davvero propizio, e in pochi minuti la squadra era sul posto munita di torce, bastoni e il palo armato. Eravamo ad una distanza di circa 5 metri da lui.

Pietro sollevò verticalmente il palo, si sistemò sulle gambe in modo da essere ben bilanciato e calò la lama con tutta la forza che aveva. Purtroppo, a causa della scarsa precisione dell’arma, colpì il mamba proprio nel mezzo dei suoi 2 metri e 70, probabilmente spezzandogli la spina dorsale ma non uccidendolo. Lui, poveretto (a ripensarci provo ancora la stessa pena e lo stesso terrore di allora), reagì con tutta la ferocia che la lotta per la propria vita può generare in un essere vivente.

Menomato, stava cercando di strisciare verso di noi, nell’evidente tentativo di mordere qualcuno e portarlo con sé all’inferno (chiedo perdono, ma è una vita che desidero inserire questa espressione in un racconto).

In quel momento la paura per la nostra incolumità ci trasformò tutti in bestie bavose assetate di sangue. Cominciammo a urlare, ognuno nella propria lingua. Io personalmente, ricordo di avere detto, con tutto il fiato che avevo in corpo: “Uccidilo Pietro, massacra quel serpente”. Probabilmente avrò anche nominato il nome di dio invano. Lui, Pietro, con le ultime gocce di freddezza che aveva in corpo, sferrò un secondo colpo e, vuoi per l’adrenalina, vuoi perché ora il rettile era più vicino, lo colpì esattamente sul cranio e lo fermò. Definitivamente.

Io e il povero mamba nero

Dopo quel colpo ne vennero almeno altri 5, ormai inutili, ma erano più uno sfogo per lo scampato pericolo. Deponemmo le armi, e io e Pietro andammo nelle nostre tende a riprenderci. Per l’esattezza lui si fiondò in bagno e abbracciò la tazza, vomitandoci dentro tutta la tensione accumulata. Per ripulirsi la bocca dal gusto di bile bevve un generoso sorso di Glenfiddich, porgendo poi a me la bottiglia.

La mattina successiva organizzammo la sepoltura dell’animale, nello spazio che separava la tenda di Pietro dalla mia. Ci dispiaceva davvero averlo dovuto uccidere, così pensammo di non gettarlo nella spazzatura.

Vari mesi dopo Pietro riesumò il cadavere, di cui non rimanevano che le ossa, ripulite di tutti tessuti molli da insetti e batteri. Le raccolse e delle vertebre ne fece qualche braccialetto, e uno me lo regalò in ricordo di quella sera (Pietro è un uomo all’antica, molto romantico).

Tre vertebre del mamba nero

Annunci

5 pensieri su “Mamba nero

  1. Pendolante

    Sono tra l’atterrito e l’ammirato. Uccidere un serpente sembra una sciocchezza, non sai quante volte, in montagna, i miei zii hanno ucciso vipere striscianti, ma chissà perché questo racconto colpisce tanto.

    Rispondi
    1. Daniele Autore articolo

      E non sai quanto è dispiaciuto a tutti farlo, oltre ad essere stato davvero spaventoso.
      Forse è l’Africa che dà quel senso di feroce selvaggiume?

      Rispondi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...