Due buchi


Nell’ormai lontano 2006, durante uno dei miei viaggi in Tanzania, ho vissuto un’avventura nell’avventura. Una cosa che mi piace raccontare perché, devo ammetterlo, fa molto sopravvissuto.

Ero a Mdonya, nel parco nazionale del Ruaha, a trovare Pietro che quell’anno era manager al campo. Pietro è uno dei miei più cari amici. Ci siamo conosciuti nel 2001 in Tanzania durante una vacanza eco-turistica nel parco nazionale del Tarangire. Lui dopo quella estate ha intrapreso la carriera di guida, per cui passa gran parte dell’anno in Africa (prevalentemente in Tanzania).

Con lui c’era Daphne, nelle vesti di sua assistente. È una ragazza – anch’ella milanese – che per un paio d’anni ha provato l’esperienza di lavorare nella savana prima di tornare alle nebbie padane. Daphne, in quanto assistente e apprendista del lavoro di gestione di un campo, veniva istruita da Pietro nelle varie attività ordinarie e straordinarie che la vita laggiù richiedeva di conoscere.

È l’inizio di settembre e, poco prima del tramonto – i turisti sono già tutti rientrati dai loro safari e si rilassano in tenda prima della cena. Da diversi giorni Daphne insiste con Pietro per andare a fare un po’ di pratica nella guida dell’auto da safari fuori dalle piste segnate. Pietro accetta e si va. Lei al volante in cabina, io e lui dietro a simulare i turisti (qui sotto una riproduzione della nostra disposizione in macchina, così come deve averla vista l’elefante; Pietro è quello in mezzo).

Ricostruzione della scena vista dall'elefante

Siamo vicini al campo e lasciamo la pista per addentrarci in un’area coperta da erba secca (la stagione secca è al culmine) e punteggiata da grandi alberi di ficus e qualche cespuglio alto fino a 4 metri. Io e Pietro, sui sedili posteriori, sobbalziamo per le asperità del terreno, dunque Daphne mantiene una velocità moderata. Andiamo a passo d’uomo, in pratica.

Pietro, come suo solito, è brusco e severo, e Daphne si lamenta, poco incline alla sottomissione. Del resto è proprio il lato burbero di Pietro, oltre alla bionda chioma e l’occhio chiaro, quello che manda le donne in brodo di giuggiole. Sembrano cane e gatto e io mi diverto, godendomi il siparietto. Ovviamente tengo le parti di Daphne, giusto per fare innervosire Pietro ancora di più.

Affrontiamo un cespuglio di forma pressoché sferica, effettuandone il periplo in senso antiorario. All’improvviso appaiono davanti a noi due giovani elefanti. La loro dimensione è modesta, per essere degli elefanti. Diciamo che sono sui 2 metri e 70 di altezza. Ce li abbiamo proprio davanti, ad un paio di metri, vicinissimi. Daphne si ferma e chiede “che cazzo faccio Pietro?”, e mentre Pietro elabora una strategia di fuga uno dei due se la da a gambe. Solo che l’altro pare più coraggioso, e decide di conficcarci le zanne nel radiatore. La macchina si spegne e Daphne va in panico.

Dovete sapere che in Tanzania la guida è a sinistra, quindi la posizione del guidatore è a destra. Il pachiderma, appurato che il radiatore, se forato, emette vapore acqueo ad elevata temperatura, decide di desistere, e si concentra invece sulla portiera sinistra.

I tre sopravvissuti posano con l'auto danneggiata dall'elefante

Daphne è terrorizzata e urla parole incomprensibili, Pietro emette suoni bestiali per scacciare l’animale e io penso “sono morto”. Ma non nel senso “oddio sono morto”, più una constatazione di qualcosa di inevitabile. Il fatto è che, in quelle situazioni lì, il tuo corpo ti viene in soccorso, secernendo sostanze che ti tolgono la paura e ti regalano una lucidità pazzesca. Quando poi l’effetto pass, ti tremano le gambe per ore.

L’elefante prova poi, con le zanne che spuntano dentro alla cabina a pochi centimetri da Daphne, a sollevare la macchina come volesse ribaltarla. Noi due dietro, visto l’andazzo e visto che il tetto sopra di noi è fatto di tela, temiamo di rimanere schiacciati. Io sono dalla parte dell’attacco quindi Pietro scende dalla macchina per primo, sul lato destro della macchina. A dire il vero io mi ero avvinghiato a lui già da qualche secondo, per allontanarmi il più possibile dal pericolo.

Una volta giù Pietro rimane di fianco alla macchina, cercando – nella concitazione – senza successo di aprire la portiera destra per fare uscire Daphne. Che onestamente, a me, sembrava piuttosto al sicuro, per lo meno più di quello che mi sentivo io. Anche io mi butto giù, facendo poi qualche passo di corsa per allontanarmi dal pericolo.

Dovete sapere che calzavamo tutti e tre delle infradito di gomma, che non sono mai state riconosciute come le calzature più idonee per una fuga nella savana africana. Ci sono acacie che hanno spine lunghe come un pollice e dure come fossero fatte d’osso. La loro struttura, per qualche strana ragione evolutiva, è simile a quella dei cavalli di frisia, per cui se ne pesti una, protetto solo da una misera suola in gomma, beh con ogni probabilità te la trovi conficcata per un centimetro almeno nella pianta del piede. Questo ragionamento complesso, ci crediate o no, ha immediatamente interrotto la mia fuga, facendomi tornare sui miei passi. Del resto, un uomo bianco in infradito in fuga nella savana è un po’ come un evaso da Alcatraz che cerca di attraversare a nuoto le gelide acque della baia di San Francisco: ha poche speranze.

Il tempo di fare a ritroso la decina di metri che mi separa dalla macchina e l’elefante, soddisfatto dei danni morali e materiali inflittici, si gira e se ne va al trotto. Daphne è in lacrime e Pietro cerca di consolarla, tra qualche sommessa nota blasfema (come dargli torto, è il responsabile del campo e quindi del parco macchine). Io mi devo sedere perché le gambe non mi reggono, ma tutto sommato ce la siamo cavata senza ammaccature.

Il ricordo che conservo è divertente, ma giuro che durante quei momenti ho seriamente pensato che la signora con la falce mi avesse dato appuntamento. Oltre al ricordo conservo un frammento di una zanna dell’elefante, staccatasi nello sfregamento con le lamiere dell’auto. È un oggetto di cui vado molto fiero, come fosse una pallottola estratta dal mio corpo dopo una sparatoria.

Voglio aggiungere una nota di colore. Dovete sapere che quell’estate, a giudizio di Pietro, fu particolarmente sfortunata. Prima dell’incidente coll’elefante si era ribaltato con la macchina mentre cercava di raggiungere a Mwagusi (un altro campo all’interno del Ruaha, molto lussuoso) una focosa turista – belga, se non ricordo male – bisognosa delle sue attenzioni.

Tre giorni dopo l’incontro col pachiderma, invece, mentre giocherellava con una lancia Masaai, si è conficcato in bocca la stessa arma da taglio, producendosi un taglio passante nel labbro inferiore. Fortunatamente nulla di troppo grave. La foto qui sotto lo ritrae, già ricucito, mentre Daphne gli fa uno shampoo. Perché, sapete, non poteva farsi la doccia per non bagnare la ferita ancora fresca… Anche questa storia merita di essere raccontata, perché ha prodotto scene realmente esilaranti, ma lo farò un’altra volta.

Pietro si fa lavare i capelli da Daphne a causa della ferita

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2 pensieri su “Due buchi

    1. Daniele Autore articolo

      Il clima è caldo, e dopo un po’ che sei lì tendi a svaccare, nel senso che prendi confidenza (a volte troppa), ed elimini quindi progressivamente alcuni accorgimenti di “sicurezza”.
      Diciamo che in un normale caso di giro-in-macchina le infradito erano sufficienti.
      Solo che…

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