Il magistrato


Quella che segue è la versione “estesa” del racconto “Il magistrato” che ho inviato a NarrantiErranti per la settimana 34. Lo stile è grottesco, per cui ho caratterizzato i personaggi in maniera abbastanza forte.

Il magistrato

La campanella aveva appena annunciato che era tempo di tornare in aula, dove il pubblico maleodorante e assetato di sangue era in attesa della sua sentenza. Possibilmente di colpevolezza, così all’indomani, in piazza, ci sarebbe stato qualcosa a spezzare la lurida monotonia della giornata.
Il magistrato era ancora alle prese col suo intestino capriccioso, che gli aveva fatto perdere tutto il tempo del “consiglio” accovacciato sulla latrina.
Bestemmiò senza rabbia e si rivestì in fretta mentre usciva dal cesso. Indossò l’ermellino appeso al gancio dello studio, si controllò un’ultima volta allo specchio e aprì la porta che dava sull’aula.
L’angusta apertura consentiva l’ingresso giusto dietro l’imponente bancone della corte, dove una sedia delle dimensioni di un trono simboleggiava il potere della casta cui apparteneva, il potere di vita e di morte.
Si guardò attorno come se vedesse per la prima volta quel luogo, assaporando come consueto il momento che precede l’espressione ultima e definitiva delle sue prerogative: la sentenza.
L’aula era una stanza tutto sommato piuttosto piccola, dalle pareti coperte di un consunto abete grezzo. Piccole finestre facevano penetrare la luce dall’alto, come raggi divini a certificare la sacralità del momento.
La plebe era assiepata lungo una scalcinata balconata proprio di fronte a lui, un po’ più in alto della sua testa. Le facce erano rubizze e rigate di sudiciume, gli occhi iniettati di sangue. I denti marci e le dita artritiche erano il marchio di fabbrica della miseria nella quale quei pezzenti strisciavano come scarafaggi.
Quella era l’unica cosa che non sopportava del suo lavoro: dovere stare nella stessa stanza con una tale raccapricciante umanità.
Dopo pochi attimi di silenzio, le urla bavose di quei bruti riempirono l’aria. C’era chi era per l’assoluzione dell’imputata, solo qualche donna a dire il vero, e chi per la sua condanna.
Il magistrato brandì il martelletto, tenendolo sospeso per qualche secondo prima di batterlo violentemente. Dovette ripetere l’operazione tre volte, e le guardie fare cantare la frusta su qualche schiena a caso, prima che l’ordine fosse ristabilito.
Era il suo momento, ma il dubbio ancora lo attanagliava. Gli anni lo stavano rammollendo, pensò con malinconia. I quaranta erano vicini e il sacro furore della Giustizia lo stava abbandonando.
Per molti di quei mentecatti assiepati lassù già arrivare ai suoi trentanove anni era un risultato di tutto rispetto, ma lui era in buona salute e si sentiva ancora pieno di vita. Solo, capitava sempre più spesso che si facesse intenerire dall’espressione sperduta di una giovane imputata.
Questa poi era davvero graziosa, con quei grandi occhi scuri, acquosi come quelli di un cerbiatto. Probabilmente non aveva più di quindici anni, ed era spaventata a morte. Il vestito lercio era strappato sul davanti e lasciava intuire le turgide rotondità del suo seno giovanile.
Gli ricordava Matilde, la sua puttana preferita, di pochi anni più vecchia ma già così esperta. Una povera bastarda che era stata davvero fortunata ad avere trovato qualcuno – lui stesso ovviamente – che la salvasse dalla strada quando aveva appena tredici anni. Lavorare dalla francese non doveva essere poi così male, per una come lei.
Mentre stava fantasticando su questi ricordi, finalmente l’ispirazione gli venne in soccorso, sotto forma di una solenne erezione.
Succedeva sempre così: si eccitava al pensiero di quelle forme sinuose consumate dalle fiamme e in quel preciso momento aveva la certezza assoluta di quale fosse la decisione da prendere. Era un segno divino, senza alcun dubbio.
Atteggiò il suo viso irregolare in quella che pensava fosse un’espressione autorevole e declamò con tutto il fiato che aveva: “In nome di Dio e dell’Imperatore dichiaro l’imputata…”, pausa teatrale, “…colpevole del reato di stregoneria e la condanno pertanto al rogo!”
Un’oscena bolgia si scatenò nel loggione, e la frusta riprese a saettare micidiale tra la folla eccitata.
Il magistrato tornò invece sereno sui suoi passi, scomparendo dietro la porticina da cui era venuto.
Aveva fatto giustizia. Di nuovo.

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